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Un nuovo passo che rafforza la exit-strategy

Iraq: un dito di libertà

Il messaggio più importante è che l’Islam non è affatto incompatibile con la democrazia

di Davide Giacalone - 16 dicembre 2005

Sono tornati alle urne, ancora una volta, gli iracheni, questa volta per eleggere il loro primo Parlamento democratico e regolare. E sono tornati in massa, ancora una volta mettendosi in fila, ancora una volta mostrando orgogliosi l’indice macchiato d’inchiostro (sistema “colorito” per registrare chi ha già votato). Un grande, serio segnale che gli iracheni non dubitavano e non dubito della loro voglia di rompere e chiudere con il passato.

Gli italiani hanno già annunciato il loro ritiro. Graduale e concordato con gli alleati. Il compito era quello di aiutare gli iracheni a rimettere in piedi le loro forze di sicurezza interna, ed il regolare svolgimento delle elezioni è una prova che la missione è stata compiuta. Con successo. Dall’Iraq si ritireranno anche le altre truppe, comprese quelle statunitensi ed inglesi. Ma più in là. Si tratta non solo di garantire la sicurezza interna, ma di difendere la nuova democrazia dai suoi nemici esterni, che non lesinano aiuti a chi ancora non chiude la stagione delle stragi e del terrore.

Di questo risultato, complessivamente, il mondo libero deve essere orgoglioso. Le lunghe file di votanti, il coraggio ripetutamente esibito da quei civili, sono la risposta migliore a chi ha usato le parole d’ordine della rinuncia e dell’ignavia, a chi, negando l’esportazione della democrazia, negava a quella gente il diritto di viverla. Invece se la stanno costruendo da soli, la democrazia, ma in un contesto che sarebbe stato impensabile senza l’intervento armato per cacciare Saddam.

La democrazia irachena non nega certo la fede islamica di gran parte della popolazione, ma nega che l’Islam sia incompatibile con la democrazia. Su questo successo, su questa preziosa affermazione riflettono poco i tanti pacifisti che avrebbero preferito veder vincere le pacifiche truppe ed i pacifici macellai rappresentanti del terrore di Stato e di quello che bestemmia la fede.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario