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Ahmadinejad al potere, i timori occidentali

Iran, persa una grande occasione

Al popolo iraniano il compito di riscattarsi da questa condizione di arretratezza

di Antonio Picasso - 30 giugno 2005

“Un Iran islamico, uno Stato modello”. Parole ambigue, quelle del nuovo presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Un programma di governo che potrebbe calzare a pennello sulle spalle di un despota, quanto di un leader democraticamente eletto. Un Iran modello per chi? Per gli altri popoli islamici, o per tutto il mondo, Occidente compreso? “A dire il vero l’Iran è già uno Stato modello.” Ribatte Nicola dell’Arciprete, vicepresidente dell’Unrepresented Nations and Peoples Organizations (Unpo). “Perché il regime degli Ayatollah è una delle espressioni meglio riuscite di teocrazia”. Un concreto esempio di oppressione, che non va tanto per il sottile e che viola i più elementari diritti civili e politici. “Secondo l’ultimo rapporto di Nessuno tocchi Caino – insiste dell’Arciprete – è impressionante il numero di esecuzioni capitali che si registra nel Paese”. Di conseguenza, l’elezione dell’ultraconservatore Ahmadinejad non può che esacerbare la condizione di arretratezza politica, integralismo religioso e oscurantismo culturale in cui verte la società iraniana.

E poi c’è la storia dei brogli. Una denuncia che giunge da chi, Stati Uniti e Regno Unito, ha piazzato l’Iran tra i paesi dell’asse del male. “Ma a parlare di elezioni truccate – continua il vicepresidente dell’Unpo – non sono state solo Washington e Londra”. Tutte le forze di opposizione iraniane hanno denunciato il metodo antidemocratico con cui l’organo di ispezione del clero sciita, il Consiglio dei Guardiani, ha scelto i candidati. Sicché, una democrazia puramente di facciata. Dubbi e preoccupazioni, questi, che si gonfiano se si considerano le ambizioni nucleari a cui Teheran, ha fatto sapere, non vuole rinunciare. Per scopi energetici, questa la giustificazione, con la consulenza tecnica russa. E non è un caso che Putin sia stato il solo, tra i leader dei paesi industrializzati, a esprimersi positivamente circa la nomina di Ahmadinejad. Ma cosa avremmo potuto aspettarci dal Cremino? Mosca è la prima a soffocare con la forza le spinte centrifughe dalla sua influenza. E la Cecenia ne è un esempio. Iran e Russia, allora, possono procedere di pari passo. Perché sono due regimi autoritari i cui metodi oppressivi (e repressivi) dimostrano la falsità delle loro rispettive democrazie. Tuttavia, l’ingerenza di Mosca non fa altro che complicare le cose. Gli Stati Uniti non hanno mai nascosto la propria avversione a Teheran, al punto che oggi, con Ahmadinejad al potere, un intervento militare preventivo non si può escludere. Ma, con Mosca di mezzo, questo non sarebbe ancora più rischioso?

E appare singolare come a dimostrar saggezza non siano tanto i potenti del mondo, Casa Bianca in primis, bensì le piccole organizzazioni di giovani occidentali che osservano la distribuzione delle forze in campo e ne traggono le conclusioni. “Le nuove generazioni e le donne iraniane escono da queste elezioni prostrate”. Dice Luca Bolognini, presidente di Società Aperta giovani. “Al punto che non credo nella minaccia per gli ayatollah di trovarsi la rivoluzione in casa. Anzi, l'Iran ha perso un’occasione per entrare nel mondo libero e il suo popolo è rimasto schiacciato dall’ottusità dell’integralismo”. Un pessimismo che non coincide con la voglia di rivalsa dell’Unpo, la cui assemblea generale si è già data da fare per ammettere la minoranza dei Beluci iraniani nella propria organizzazione. “Noi crediamo nel popolo iraniano – puntualizza ancora Nicola dell’Arciprete – capace di battersi affinché le diversità religiose, linguistiche e culturali possano ritrovarsi in un Iran che, a quel punto, sarebbe veramente un modello, per l’Islam e per l’Occidente”. Quindi non contingenti militari importatori di democrazia, bensì l’autodeterminazione del popolo iraniano di sollevarsi dall’attuale stato di minorità.

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