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Lettura aritmetica e politica dei risultati

Inutile nascondersi dietro a un dito

Il problema dei problemi è il sistema politico, con questo nostro falso bipolarismo

di Enrico Cisnetto - 12 aprile 2006

E’ e rimane un pareggio. I risultati elettorali di domenica e lunedì si possono leggere in chiave aritmetica o politica: nel primo caso il polo che dispone di un voto in più forma il governo, nel secondo si prende atto della sostanziale parità e si cercano soluzioni conseguenti. Romano Prodi ha scelto la strada dell’aritmetica, dicendo che intende governare pur con il Paese spaccato a metà e con il Senato appeso a un seggio; Silvio Berlusconi ha imboccato quella del realismo politico, proponendo una “grande coalizione” (anche nel caso che il controllo delle schede chiesto dalla Cdl dovesse ribaltare l’esito del voto), e arrivando a dichiarare la sua disponibilità a mettersi da parte in uno “scenario tedesco”. Naturalmente, non può sfuggire come sia più facile praticare la ragionevolezza quando si è nei panni del “perdente”, e appare del tutto legittimo dubitare che a parti invertite il Cavaliere avrebbe fatto la stessa scelta. Ma rimane il fatto che questo Paese è complicato da governare con il 60%, difficilissimo con il 51%, impossibile con il 50,01%. Parliamoci chiaro: quello che si attendono gli italiani, quale che sia la scelta fatta nelle urne, è che venga assicurata la governabilità. Ora, è davvero pensabile che – dopo una campagna elettorale orrenda, dove le due parti non si sono mai concesse la benché minima legittimazione reciproca – si possa far finta di essere gli Stati Uniti, dove Al Gore ha lasciato signorilmente il passo a George W. Bush nonostante li dividesse solo una manciata di schede contestate in Florida? La Borsa ieri ha perso più del 2% (anche per ragioni internazionali), la differenza tra i nostri Btp e i Bund tedeschi è aumentata (segnalando un maggior “rischio paese”) e le agenzie di rating cominciano a minacciare un declassamento del nostro debito pubblico. Dopo il vortice di impegni istituzionali ed elettorali (le amministrative a maggio, il referendum sulla devolution a giugno), si dovrà mettere mano al Dpef e alla Finanziaria, sapendo che occorrerà ridurre il deficit di un punto di pil (12 miliardi) anche se non ci dovessero essere “brutte sorprese” nei conti pubblici, e tagliare il debito di due punti e mezzo (30 miliardi), solo per rispettare impegni già presi con Bruxelles. Se a questo si aggiungono le scelte di politica economica necessarie per rilanciare lo sviluppo – che finiranno col rendere chiaro come il gioco al rialzo delle promesse praticato nei giorni scorsi dai due candidati premier fosse solo un espediente elettorale – e quelle più stringenti di politica estera, a cominciare dalla nostra presenza in Iraq, si capisce come far finta che non sia stato un pareggio comporti un rischio per il Paese ben più alto di quello di assumersi la sgradevole ma necessaria responsabilità di “mettere insieme il diavolo e l’acqua santa”.
E poi non c’è solo l’impasse parlamentare prodotta dal voto, ma anche e soprattutto quella che deriva dalla mancanza di regole comuni – basti pensare alle ferite inferte alla Costituzione con scelte a colpi di maggioranza fatte sia dal centro-sinistra (riforma del titolo V) sia dal centro-destra (devolution) – e da una legge elettorale finto proporzionale la cui inefficacia (a dir poco) è sotto gli occhi di tutti. Per questo, il modo più utile per impiegare una legislatura che rischia di non arrivare in fondo sarebbe quello di convocare subito un’Assemblea Costituente: eletta dai cittadini, rappresenterebbe l’unico luogo deputato ad affrontare organicamente tutte le questioni che attengono alle regole condivise e alla funzionalità delle istituzioni pubbliche, premessa indispensabile per assicurare al Paese una vera governabilità. E’ inutile nasconderci dietro ad un dito: il problema dei problemi è il sistema politico. Il nostro è un falso bipolarismo, in cui vince chi promette di più e aggrega una quantità maggiore di forze, salvo poi non essere in grado di soddisfare le aspettative suscitate e ritrovarsi ricattato dalle minoranze più massimaliste. Dal “pareggio” si esce solo riportando la Politica entro i confini della civiltà. E rendendola costruttiva. (www.enricocisnetto.it)

Pubblicato su Il Messaggero del 12 aprile 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario