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Public Policy

Elezioni: cosa pensano gli operatori economici

Intervista a Federico Vecchioni

Presidente di Confagricoltura

di Enrico Cisnetto - 04 marzo 2008

Cosa pensano gli operatori economici italiani delle prossime elezioni? Guardano a quanto è avvenuto e sta avvenendo nel mondo politico con la speranza che si tratti realmente di un passaggio significativo verso il superamento di quel bipolarismo imperfetto che in questi anni essi, a loro spese, hanno fin troppo ben conosciuto, o coltivano la pratica della disillusione, magari pensando che anche questo sarà un voto inutile? Sono preoccupati che al bipolarismo coatto segua un bipartitismo ancora peggiore, che ha di fronte a se l’alternativa di essere o “armato” – visto che i leader che lo incarnano hanno fino a ieri partecipato alla guerra bipolare – o “consociativo”? Oppure finiranno per farsi attrarre dal facile schema del “voto utile” in nome di una semplificazione tanto necessaria quanto pericolosa se tende ad escludere tutti?

Per capirlo Liberal mi ha affidato il compito di un piccolo “viaggio” dentro le diverse realtà del nostro mondo economico. Viaggio del quale la prima tappa non poteva che essere il primario, l’agricoltura. Oggi rappresentata al meglio dall’associazione che raggruppa gli imprenditori agricoli e della filiera agro-alimentare, la Confagricoltura, e in particolare dal suo presidente, il quarantenne Federico Vecchioni. Un uomo “nuovo” – brutta ma necessaria definizione in questa Italia affamata di leader che sappiano guardare al futuro - su cui si appuntano le speranze di coloro, e sono molti, che ne hanno le tasche piene di un sistema politico, quello della Seconda Repubblica, che ci consegna 15 anni dopo un’Italia nel pieno di un declino e di un degrado spaventosi.

Incontro Vecchioni in una sede, quella storica di Confagricoltura, che parla da sola: contenitore old style, quasi a certificare i fasti di un tempo, ma struttura smart, consapevole che oggi un sindacato d’interessi deve guardare alla politica con il rispetto che si deve alla sua primazia ma anche con il sano desiderio di indurla a fare i cambiamenti necessari. “e che si debba cambiare non c’è dubbio”, esordisce Vecchioni. “Io non so quante delle nostre attese verranno corrisposte, è ancora troppo presto per dirlo, ma so che se rimarremo delusi non ci sarà più alcuna delega in bianco. A nessuno”.

Vecchioni si domanda se siamo di fronte ad una semplice riformulazione della proposta partitica che fin qui abbiamo conosciuto – del tipo “mutando l’ordine dei fattori il risultato non cambia” – o se il superamento della frammentazione esistente è davvero la premessa per costruire un sistema politico più moderno, trasparente ed efficiente. La risposta la lascia aperta, ma è sicuro che se dovessimo assistere non ad uno sforzo sincero della cosiddetta “casta” di emendare i suoi vizi, ma all’ennesima rappresentazione dell’italico trasformismo, allora la legislatura sarà breve e queste che stiamo per affrontare saranno le ultime elezioni della Seconda Repubblica. “Quello che è certo”, dice il presidente della Confagricoltura, sottolineando che ritiene che l’intero mondo produttivo nazionale condivida i suoi giudizi, “è che siamo arrivati a questo ennesimo appuntamento elettorale sfiduciati per un passato prossimo e un presente a dir poco deludenti, e preoccupati per un futuro che nessuno si sforza minimamente di delineare, come dimostrano i programmi dei partiti, specie dei due maggiori, e una campagna elettorale che sembra astrale, tanto non entra nel merito delle grandi questioni di fondo”.

Gli chiedo se prevede un incremento dell’astensionismo. Risponde così: “le ‘non scelte’ degli ultimi anni, l’appesantimento dell’apparato pubblico, la cronicità delle emergenze, hanno generato una pericolosa sfiducia nelle istituzioni elettive. Ma nel mondo produttivo non c’è qualunquismo. Certo, le attese sono tutte perchè si archivi definitivamente questa fallimentare stagione politica e se apra una nuova, una Terza Repubblica caratterizzata da una generale assunzione di responsabilità, che sappia abbinare stabilità e governabilità, ingredienti indispensabili per produrre il non più rinviabile progetto di modernizzazione del Paese, pena un declino davvero inesorabile”. Ma cosa occorre fare, in concreto, per far uscire l’Italia dalle secche?

Vecchioni fa riferimento al “manifesto per la governabilità” firmato da undici Confederazioni di impresa nel pieno della crisi del governo Prodi, “nel quale si sollecitava una precisa assunzione di responsabilità da parte della classe politica al fine di garantire, alle imprese ed ai cittadini, un’inversione profonda nelle modalità di confronto tra maggioranza ed opposizione sulle tematiche di interesse generale, dalla legge elettorale agli assetti istituzionali, passando da scelte strategiche per lo sviluppo dell’economia”.

E aggiunge: “credo che nel firmare quel ‘manifesto’ le organizzazioni degli imprenditori abbiano offerto anche un chiaro esempio di come poter superare con la buona volontà i particolarismi, gli egoismi settoriali, nell’interesse di obiettivi la cui rilevanza per il mondo della produzione costituisce fattore unificante”. Come dire: noi siamo uniti anche quando gli interessi divaricano, vediamo se la politica ci darà risposte dello stesso tipo e tono.

Ed è per questo che il leader degli imprenditori agricoli ha scritto una lettera ai suoi colleghi perchè, subito dopo il voto, quelle 11 confederazioni uniscano le loro forze: “Una rappresentanza che voglia suggerire idee, proporre progetti e svolgere un’efficace azione di lobby non può presentarsi a Palazzo Chigi con più di 56 sigle, con 130 partecipanti ed altrettanti interventi dalla incisività non sempre significativa. Dunque occorre far sì che il ‘manifesto per la governabilità’ sia la prima tappa di un percorso di riforma strutturale dei corpi intermedi per meglio incalzare il Governo, le istituzioni, i partiti, per dar voce a chi in questo Paese ogni giorno produce ricchezza a favore di tutta la società”.

Vecchioni ha le idee chiare: “La prossima legislatura potrebbe essere Costituente, personalmente me lo auguro e credo sarebbe importante, che sulla riforma degli assetti istituzionali del Paese, le organizzazioni imprenditoriali non si facessero trovare impreparate o, peggio ancora, divise”. Chiaro, no?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario