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La fine della Seconda Repubblica

Intervista a Enrico Cisnetto

Le novità del panorama politico italiano

di Presidente Società Aperta - 12 febbraio 2008

COME DEFINISCE LA VERVE CHE CARATTERIZZA IL PAESE IN QUESTI GIORNI?

C’è molta euforia in questo momento nel paese: si pensa che le scelte fatte dal Partito Democratico (ovvero correre da solo alle elezioni) e quelle di Berlusconi (faccio ruota su tutti i partitini e semplifico il quadro politico) ci consegnino finalmente l’inizio della Terza Repubblica. La mia opinione è che quello che abbiamo di fronte sia un’ottima fine della Seconda Repubblica, ma non ancora l’inizio della Terza. Questo passaggio certamente ci porta a un’accelerazione della fine della Seconda Repubblica, una stagione terminale di cui avevamo già visto tutti i prodromi nel 2006 con il pareggio tra centrosinistra e centrodestra. Da quel momento l’esperienza Prodi è stata un inutile e dannoso tentativo di allungare la vita di un morto, ma sostanzialmente si è rimandato il problema. Adesso, in vista della campagna elettorale, finalmente lo si affronta cominciando un’operazione che non è una semplificazione, ma la creazione delle condizioni affinché gli interpreti della Seconda Repubblica mettano fine a loro stessi.

COSA PENSA DELLA DIVERSITA’ STRATEGICA DEI LEADERS CHE SI CONTENDONO L’ARENA POLITICA?

Cominciamo con il Partito Democratico. Si è detto che è molto importante la scelta di Veltroni: certamente c’è una componente di coraggio in questa scelta, ma siamo comunque di fronte a un’imitazione cattiva e perdente del modello imposto da Berlusconi, leaderistico e con un partito liquido, che ha eletto il suo segretario prima di essere fondato ufficialmente e per mezzo di una sorta di primarie all’amatriciana che certamente hanno poco a che fare con quanto stiamo vedendo negli Usa, dove le primarie sono vere e regolamentate in trasparenza. La scelta di Veltroni è sicuramente giusta, ma di corto respiro perché nasce dalla consapevolezza di essere in difficoltà e di aver già perso le elezioni (anche se questa sconfitta non sarà poi così bruciante quando si apriranno le urne: ho l’impressione che assisteremo a un processo simile al 2006, con l’accorciamento delle distanze tra chi è in testa e chi insegue). Ma sono convinto che nel prossimo Parlamento la Cosa Rossa e il PD si ritroveranno, visto che dai banchi dell’opposizione è facile annullare le differenze. C’è l’interesse ad andare separati adesso ma si marcerà uniti in Parlamento.

Dall’altra parte c’è l’operazione di Berlusconi, che sembrava aver rimesso nel cassetto il processo “del predellino” – perché lanciato dal predellino di un’automobile a piazza S. Babila a Milano, tanto per dire come avvengono i processi democratici nello schema leaderistico che abbiamo forzosamente riportato in Italia – ha invece rilanciato l’Opa sui piccoli partiti del centro destra, mettendo Fini nelle condizioni di fare il compartecipe. Anche se Alleanza Nazionale deve essere cosciente del fatto che questo significa mandare in soffitta il partito, e questa non è un’altra Fiuggi ma l’annessione al PDL con la speranza anche malcelata che Berlusconi passerà e Fini rimarrà. Una speranza sbagliata, perché si basa sul presupposto dell’ereditabilità del voto di Silvio e della sua forza politica. Credo che Casini con l’Udc sarà alla fine molto tentato di fare l’accordo con il PdL, d’altra parte il giorno dopo aver preso l’ennesima sberla si è parlato di disponibilità al dialogo (e questo non è buonsenso, ma debolezza). Ma quand’anche l’Udc decidesse di rimanere fuori, la costituzione di questo soggetto terzo nasce in ogni caso monca. Da una parte, perché è marcatamente neodemocristiano e cattolico (l’intervento indiretto della Cei e di Ruini nella vicenda lascia un segno indelebile); dall’altra, perché l’idea di non stare “né di qua né di là” non può essere di risulta, ma politica. E così non è.

COME DEFINISCE L’INIZIATIVA DELLA ROSA BIANCA?

La scelta l’hanno invece fatta il duo Tabacci & Baccini, a cui si è unito Pezzotta. La guardiamo con simpatia, ma non possiamo nasconderci che per i tempi stretti e la marginalità con cui si è presentata, è difficile che riesca a superare le soglie di sbarramento parlamentari. Ma anche se si dovesse rivelare un’operazione di testimonianza, è bene che ci sia; ma anche qui parliamo di un’operazione con il marchio cattolico: è vero che questi sono i più laici che ci siano, ma si poteva comunque fare un sforzo per rendere molto diverso il modo di presentare l’iniziativa. Secondariamente, nel momento in cui PD e nuovo partito berlusconiano (faccio fatica a chiamarlo Popolo delle Libertà, visto che questa definizione stride alle mie orecchie, la sento così tanto populista) avranno non un dialogo ma una forma surrettizia di inciucio – con i due leader che si reggono il gioco l’uno con l’altro – l’operazione terzista di Tabacci e Baccini dovrebbe essere rivista: non c’è più il bipolarismo armato contro cui abbiamo combattuto, ma si è aperta una fase nuova in cui le critiche devono essere di natura diversa; mi sembra che invece l’operazione di Tabacci abbia ancora un’impostazione di questo tipo, un po’ vecchio. Ma continuiamo a guardare con interesse a questa realtà politica.

La cosa più importante che abbiamo di fronte è comunque il maquillage dei due partiti maggiori. Vedo che ciascuno la rimprovera all’altro, ma come spesso succede significa che sono vere entrambe le accuse. Si dice che questa operazione porterà a un dialogo per riscrivere le regole, e anche a una grande coalizione. Io sono disposto a credere a queste ipotesi solo nella misura in cui questi siano impegni politici presi oggi, all’inizio della campagna elettorale. Se ci diranno oggi che hanno intenzione di sedersi intorno a un tavolo e di riscrivere le regole, utilizzando lo strumento dell’Assemblea Costituente, allora siamo d’accordo. Così come Società Aperta ha sempre sostenuto la Grande Coalizione, ma questa scelta deve essere fatta oggi, non farla diventare un’operazione di risulta domani, di fronte a un equilibrio dei risultati elettorali. Ci dicano oggi che questa è la scelta politica, e si confrontino davanti agli elettori prendendosi le responsabilità di questa scelta. Se non sarà così, siamo legittimati a pensare o che questo non si farà, oppure che, se si farà, si farà nel peggiore dei modi.

COSA PENSA DELLA SCELTA WELTRONIANA DI CONCORRERE DA SOLO?

Rispondo con un’altra domanda… Mi domando se la scelta di andare da soli veramente fosse autonoma da parte di Veltroni e del PD, perché questa non viene immediatamente trasferita negli enti locali? Perché il sindaco uscente Veltroni non ci dice come mai questa decisione, che sembra così naturale, non è stata fatta né prima né oggi, né è preannunciata per domani, nella città che amministra? Veltroni governa Roma con i voti di Rifondazione e magari anche di qualche esponente ultraestremista della sinistra radicale in Comune. Perché questa scelta, sollecitata anche da amministratori di centrosinistra come Riccardo Illy o Chiamparino, non è stata fatta né preannunciata? Questo toglie molto valore all’iniziativa veltroniana. I partiti che abbiamo di fronte vorrebbero darci l’idea che stanno aprendo una fase nuova, e non chiudendone una vecchia, ma questa credibilità non ce l’hanno. E’ come se si dicesse che i capi degli eserciti che hanno portato avanti una guerra, possano anche gestire l’armistizio e il tempo della pace. Francamente, in questi casi i capi degli eserciti firmano la pace e poi vanno a casa, lasciando spazio agli altri. Ma c’è un altro decisivo motivo: per chiudere l’esperienza della Seconda Repubblica bisogna avere bene in mente cosa è stata. Ma questi, che ne sono stati i protagonisti, non solo fanno difficoltà ad ammetterlo ma nemmeno si rendono conto del livello di declino e degrado a cui questo Paese è arrivato. E quando lo fanno, gettano la palla della responsabilità nel campo altrui. Allora, quando avrò ascoltato non solo discussioni sulla legge elettorale e sulla semplificazione del sistema politico (cose importanti, ma non possono essere solo questi gli argomenti della campagna elettorale), ma anche qualcosa di preciso su come affrontare declino e degrado, che non sono cose oggi scritte in programmi che sembrano sciacquature di piatti delle vecchie parole d’ordine degli anni scorsi senza alcuna elaborazione programmatica, allora avrò la sensazione che siamo passati alla Terza Repubblica. Oggi questo processo non c’è: è vero stiamo facendo dei passi decisivi per chiudere la Seconda; ma per aprire la Terza ci vuole ancora molto altro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario