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Quinta tappa del viaggio pre-elettorale

Intervista a Edoardo Garrone

Presidente dell'Erg

di Enrico Cisnetto - 10 marzo 2008

Nella quinta tappa del mio viaggio pre-elettorale tra i protagonisti dell’economia italiana voglio sapere cosa si aspetta il patron della Erg, Edoardo Garrone. Classe 1961, genovese, Garrone rappresenta la terza generazione di una dinasty imprenditoriale nata a Genova nel 1938, quando con regio decreto, il podestà del capoluogo ligure concesse al dottor Edoardo Garrone (nonno dell’attuale presidente) la licenza per “il commercio dei prodotti derivati dalla lavorazione del petrolio e del catrame”. Oggi Erg rappresenta il secondo gruppo petrolifero italiano, capace di coprire il 22% del fabbisogno nazionale, quotato in Borsa dal 1997, una delle poche grandi realtà del capitalismo familiare italiano sopravvissute al passaggio generazionale.

Garrone, studi prima in Italia (all’Alfieri di Firenze) e poi negli Stati Uniti e in Francia (al prestigioso Insead di Fontainebleau), ha giustamente una visione internazionale ed è preoccupato soprattutto dal rallentamento italiano nei confronti dei partner europei. “E’ chiaro infatti che l’Italia continua ad avere un gap di crescita che va allargandosi, e non restringendosi”, mi dice. Un gap che preoccupa soprattutto perché i prossimi tempi annunciano una congiuntura non facile. Il numero uno di Erg pensa che in tempi brevissimi debbano essere messe in atto quelle riforme fondamentali per “sbloccare il Paese”, per fare in modo che chi governerà – chiunque esso sia – possa effettivamente decidere.

Secondo lui, infatti, non è necessario cambiare soltanto la legge elettorale, ma rivedere il funzionamento di un sistema decisionale ingessato, che vive di duplicazioni e di rami secchi. Non serve solo tagliare il numero dei parlamentari, questa è la misura più ovvia e scontata: va ridotto l’iter legislativo, va sfrondato quell’eccesso di mediazione che persiste nel nostro sistema, va ridefinito il ruolo delle due camere, vanno cambiati i regolamenti. Insomma, va sfrondato quel monumento al “barocco”, mi dice proprio così, che ormai è il nostro sistema istituzionale.

Altro punto sul quale bisogna intervenire con urgenza gli sembra quello del federalismo. Qui Garrone è nel suo ambiente naturale, essendo a capo del “Comitato tecnico per l’impatto del federalismo sulle imprese” di Confindustria (dal 2000 al 2002 è stato anche presidente dei Giovani di viale dell’Astronomia). E’ un processo che va portato a termine velocemente, per “rientrare dei costi sostenuti”, mi dice. Garrone considera infatti che finora le modifiche al titolo V della Costituzione hanno portato solo maggiori spese per i contribuenti (a causa dell’ennesima duplicazione dei meccanismi decisionali e di spesa), mentre adesso è arrivata l’ora di tagliare i costi e rientrare dell’investimento.

Ma torniamo a bomba alle prossime elezioni. A Garrone pare molto positivo il fatto che questa volta si andrà a votare un ridotto numero di protagonisti. Forte delle sue esperienze internazionali, l’imprenditore genovese sogna un sistema all’anglosassone, con un partito conservatore e uno progressista, e questa novità italiana del 2008 gli sembra buona. Tuttavia, gli faccio notare, che i programmi elettorali sembrano un po’ fatti con la fotocopiatrice. Ma per lui questo non è un fattore negativo, anzi. Dimostra che hanno ben chiare le priorità.

“Per la prima volta in dieci anni – mi dice – andrò a votare con la serenità che chiunque vincerà ha ben chiare le cose da fare, sa bene quali sono i problemi reali del Paese”. E se dovesse esserci – come molti temono – un sostanziale pareggio? L’idea di una “grosse koalition” alla tedesca non gli dispiace, ma con un distinguo. Non un governissimo tout court, ma semmai una coalizione “di programma”, con tre-quattro punti predefiniti e un progetto preciso. Non gli dispiace nemmeno l’idea di Mario Monti, di un patto pre-elettorale sulle priorità. Del resto, Garrone si è sempre detto favorevole anche all’idea di una Assemblea Costituente per il Paese.

Una tra queste, il rilancio industriale. Che passa per le note dolenti degli investimenti in ricerca e sviluppo. E’ di qualche giorno fa il dato rilasciato dalla stessa Confindustria, secondo cui anche la Cina ci ha ormai battuto per quanto riguarda la percentuale di pil destinata alla ricerca. Questo è particolarmente sconfortante per il numero uno di Erg: soprattutto perché stiamo parlando di una grande potenza industriale specializzata ancora in produzioni “labour intensive”, non certo a produzioni ad alta intensità di conoscenza.

Quella sull’aumento della spesa in ricerca, gli faccio notare, è la tipica promessa elettorale che nessuno mantiene mai. Eppure, secondo lui, i sistemi ci sono. Soprattutto per le piccole e medie imprese (dato che le grandi sono costrette di default a fare ricerca, per non soccombere), si può agire sulla leva fiscale: credito di imposta per gli investimenti in ricerca, incentivi al consorziamento e alla “messa in rete”, sono la road map da seguire. Garrone, poi, è convinto che per salvare le nostre boccheggianti Pmi serva spingere sulla flessibilità.

“Bisogna migliorare la legge Biagi, e arrivare a un utilizzo più intensivo degli straordinari e dei premi”, mi dice, “e meritocrazia e produttività devono diventare le parole d’ordine”. Sarà che stavamo parlando di Cina, sarà che gli imprenditori italiani hanno sempre una gran paura quando si parla di salari – come se fossimo ancora in grado di competere su manifatture a basso costo – ma Garrone mi stupisce. “Quello del costo del lavoro – mi fa infatti – non è il punto fondamentale della questione: altrimenti andremmo tutti a produrre in Albania”. Stupore doppio, se penso alle dichiarazioni di certi suoi colleghi confindustriali, e soprattutto considerando che sto parlando con un genovese doc.

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