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Public Policy

Settima tappa del viaggio pre-elettorale

Intervista a Carlo Magistrelli

Presidente di Eds Italia

di Enrico Cisnetto - 12 marzo 2008

Nuova puntata del mio viaggio pre-elettorale tra i protagonisti dell’economia. Parlo con Carlo Magistrelli, numero uno di Eds Italia, che fa parte del colosso americano dei servizi di consulting e information technology, specializzato nell’outsourcing, con un fatturato di 5,8 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre. Magistrelli, 56 anni, è un manager di grande esperienza internazionale: in passato ha creato e guidato anche la divisione Emea (Europa, Medioriente e Africa) di Hewlett Packard, dopo che il gigante dei pc ha acquistato la rivale Compaq in una delle fusioni più clamorose degli ultimi anni.

Mi incuriosisce subito sapere quale visione dell’Italia sia abbia da una prospettiva così internazionale, e Magistrelli mi conferma che il Paese si trova in una condizione di declino (industriale, economico, ma anche sociale) di non facile soluzione. Lo colpisce in particolare la riduzione di sovranità dello Stato in intere aree del Paese. Nei programmi dei partiti si parla spesso di sicurezza, ma è convinto che sia un modo per camuffare un dato di degrado molto più pesante, e cioè che intere zone del Paese sono di fatto dominate dalla criminalità. Si riferisce in particolare a regioni come Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, dove lo Stato sembra aver perduto il controllo del territorio.

Ecco perché apprezza l’iniziativa del presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, di estromettere imprese poco limpide dai suoi ranghi. Segnali positivi, ma non sufficienti. Secondo Magistrelli ci dev’essere anche uno Stato forte, che riconquisti il controllo territoriale, non importa con quale mezzo. Quando gli chiedo quali sono i sentimenti dei suoi colleghi americani verso il Belpaese, mi parla proprio di questa mancanza di certezza come uno degli aspetti giudicati più inquietanti.

“In realtà – mi dice – il sentimento prevalente tra i miei colleghi statunitensi rispetto all’Italia sta in una parola sola, ‘resilience’, resistenza. Mi chiedono: ma come fate a fare così bene in certi campi, nonostante la situazione del Paese? Perché è indubbio che nonostante il declino e il degrado – Magistrelli ripete più volte queste due parole nel corso della nostra chiacchierata – l’Italia è un Paese con eccellenti energie in circolo. “Energie chiaramente soffocate da un sistema istituzionale in profonda crisi, e inadeguato alle necessità sociali ed economiche che la competizione globale richiederebbe”.

“Paese delle occasioni perdute” è un’altra definizione dei suoi colleghi americani. Che pure, mi conferma, hanno un grande rispetto per noi, e non solo per i soliti luoghi comuni sull’Italia che funziona (la moda e il cibo). Ma anche per eccezioni che confermano la regola, come la ripresa della Fiat nel settore auto. E tuttavia, una burocrazia soffocante, un livello di tassazione d’impresa assurdo, la paralisi del sistema giudiziario civile, rendono chiaramente l’Italia poco attraente per gli investitori stranieri. Sulla politica, e sulla prossima tornata elettorale, non si fa illusioni.

Dietro la buona educazione e la facciata così linda di questa strana campagna 2008 emergono ugualmente le contraddizioni:gli sembra un bipartitismo forzato, dietro al quale emergono molte contraddizioni. Il giudizio sulla gestione attuale della “res publica” non è insomma positivo. Non è un fatto di “grillismo”, ci tiene a precisarlo, ma è la stessa politica che gli sembra diventata autoreferenziale oltre ogni limite. “Ben venga – mi dice – il dibattito sulla legge elettorale, che porterebbe una maggiore governabilità, ma sinceramente le priorità del paese reale sono altre.

Rilanciare la produttività del lavoro intervenendo sui salari, riprendere il cammino interrotto delle liberalizzazioni, rimettere in carreggiata la macchina della giustizia, tagliare i costi della pubblica amministrazione, investire sui giovani e sulla ricerca. Tutti temi non certo nuovi, eppure mai seriamente presi in considerazione”. Per non parlare del conflitto di interessi. Gli sembra infatti che senza mettere mano su questo punto cruciale sia impossibile parlare di vere liberalizzazioni.

“Il fatto – mi dice – è che in Italia non c’è ‘un’ conflitto di interessi, ci sono ‘n’ conflitti di interessi, in qualunque settore”. Uno di questi è il federalismo, che secondo lui non ha portato altro che una moltiplicazione dei costi per i cittadini. “Ti faccio un esempio”, mi racconta. “Ogni regione ormai ha un protocollo sanitario sulle vaccinazioni diverso dall’altro. Una volta ero a Roma in vacanza, e per vaccinare mia figlia che all’epoca aveva 40 giorni abbiamo dovuto andare fino in Toscana, perché solo là era disponibile il protocollo di cui avevamo bisogno. Caso ‘minore’ ma esemplificativo di un federalismo immaturo, che ha portato ad avere 22 regioni che ormai fanno concorrenza allo Stato: tutto questo mentre un terzo del Paese vive in condizioni di illegalità”.

Da uomo d’azienda, Magistrelli chiude il nostro incontro con una nota d’amarezza. “Finora, i politici non hanno presentato ‘business plan’ seri; non esiste un piano organico di sviluppo economico per far ripartire il Paese. Quello di cui c’è veramente bisogno, magari anche in chiave costituente, è un ‘new deal’, con un governo che sappia riportare il sistema in carreggiata”, mi dice salutandomi. Già, rifletto, solo che di Roosevelt al momento non se ne vedono in circolazione.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario