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Terza tappa del viaggio pre-elettorale

Intervista a Andrea Mondello

Presidente di Unioncamere

di Enrico Cisnetto - 06 marzo 2008

La terza puntata di questo mio viaggio tra i protagonisti dell’economia italiana alla vigilia del round elettorale mi porta ad incontrare il presidente di Unioncamere, Andrea Mondello. In verità, è lui che viene a trovare me, nel mio ufficio romano vicino al Quirinale. Solo pochi passi separano le nostre stanze di lavoro, e una passeggiata per il centro di Roma dev’essere piacevole in questo inizio di primavera. Ovvio che poi, davanti a un caffé, si comincia a parlare proprio della Capitale.

Del famoso “modello Roma” di cui Mondello, insieme all’ormai ex sindaco Walter Veltroni, è stato considerato uno dei fondatori. Oggi questo cinquantottenne dall’aria sportiva è il leader delle Camere di Commercio italiane, ma tra i suoi vari incarichi c’è anche la leadership di quella locale, della Fiera di Roma, oltre alla vicepresidenza di “Musica per Roma”, la holding che gestisce l’Auditorium di Renzo Piano, simbolo stesso della città in “salsa veltroniana”.

Partiamo allora proprio dalla rinascita della città. Secondo Mondello, questa dimostra chiaramente che combattere contro il declino è possibile. “Il declino è sempre ignobile. Sempre e comunque”, mi dice accorato. Soprattutto se crea disuguaglianze. Uno dei temi che più gli stanno a cuore è infatti la disparità geografica, soprattutto la differenza di statura economica di questo Paese a macchia di leopardo, che in certe sue parti sembra la Svizzera e in altre la Tunisia, per non dire di peggio.

E’ un Paese “drammaticamente disomogeneo”, mi dice. “Un paese spaccato in due, con un centro-Nord che ha tassi di crescita europei e che ha saputo interpretare i nuovi assetti del mercato come importanti opportunità. Non è pensabile che la locomotiva nazionale, l’area che tiene testa alle regioni più avanzate d’Europa, debba scontare un deficit competitivo così penalizzante che deriva anche dall’insufficienza infrastrutturale e dall’inefficienza burocratica”. D’altra parte dal Mezzogiorno, dicono i dati Unioncamere, continuano ad arrivare “segnali di crisi endemici”, con un reddito pro-capite inferiore del 38% alla media nazionale.

Mi viene il dubbio che il romanissimo Mondello sotto sotto sia un po’ leghista. Poi, invece, capisco la sua vera anima: è un ultrà europeista. “Bisogna smettere di ragionare col vecchio schema nord-centro-sud”, mi dice convinto, “bisogna avere uno sguardo non provinciale, confrontarsi con la dimensione europea, e chiedersi perché il nostro Mezzogiorno segua un percorso opposto a quello degli altri ‘sud’ d’Europa”. Già, perché nella fase attuale, le regioni a sviluppo tardivo, i “late comers”, stanno crescendo. Che fare, allora? Qual è la ricetta? Secondo Mondello bisogna intervenire sulla formazione, sulla cultura della legalità, sulla sicurezza prima di tutto. Perché sicurezza, legalità e sviluppo – il presidente Unioncamere ne è certo – progrediscono di pari passo.

E’ una visione molto politica: non a caso in molti lo davano come possibile candidato al dopo-Veltroni. Invece no, si è sottratto. Certamente, però, quella della “res publica” è una dimensione che continua ad attrarlo, ad appassionarlo. Si dice preoccupato, molto preoccupato del clima di antipolitica che ha permeato il Paese negli ultimi tempi. Mondello fa della percezione diffusa di una distanza tra la vita dei cittadini, le loro esigenze, i loro diritti ma anche i loro doveri, e il comportamento del mondo politico, che appare chiuso in se stesso, legato a logiche incomprensibili, il punto di partenza di tutto.

E anche qui ritorna al tema delle disuguaglianze, legato all’impressione di una politica che spesso inventa la spesa e costruisce il privilegio, mandando all’opinione pubblica un messaggio ambiguo e non edificante. Che vi siano cioè due categorie diverse di cittadini: alcuni che hanno doveri, e altri che godono di privilegi. Quante auto blu avrà incontrato nei pochi metri di percorso che separano i nostri uffici? Un altro tema che lo appassiona, e che lo indigna, è quello delle liberalizzazioni. Lo Stato, mi dice, è ancora presente in molte aree produttive dove non dovrebbe stare, e si continuano a generare inefficienze. Non gli piace in particolare com’è stata condotta la vecchia stagione affrettata e raffazzonata delle privatizzazioni, che non ha veramente aperto il mercato, ma ha semplicemente rimosso monopoli ed oligopoli pubblici per crearne di privati. Qui – gli sembra – c’è ancora molto da fare: basti pensare al caso limite delle utilities e degli enti pubblici locali. Un caso palese in cui lo Stato (tramite i comuni) tende ad espandere in maniera significativa il suo peso e la sua inefficienza nel mondo dell’economia.

Torniamo a bomba all’economia, dunque. Del resto tutti i leader che sto sentendo in questi giorni per il mio piccolo viaggio nel Paese reale mi dicono all’unisono che il focus dev’essere su come rilanciare la crescita, su come far ripartire il sistema Paese, spostandolo dal piano inclinato in cui si trova. Mondello non fa eccezione.

Forte della sua passata esperienza come vicepresidente nazionale di Confindustria, si associa in particolare all’analisi di chi (e mi metto tra questi) non ha urlato negli ultimi tempi al “piccolo boom” delle piccole imprese italiane, alla leggenda metropolitana secondo cui basterebbero queste a tenere insieme l’intera economia italiana, ma semmai ha denunciato il drammatico problema di crescita di un sistema datato che non è più in grado di sostenere la competizione globale. Il quadro che descrive, grazie anche ai dati della stessa Unioncamere, mostra un tessuto imprenditoriale formato per oltre il 95% da piccole e piccolissime imprese che in questi ultimi anni hanno affrontato una vera e propria “selezione darwiniana”.

Imprese che hanno mostrato segnali crescenti di sofferenza in termini di produzione, fatturato, occupazione. A trovarsi in maggiore difficoltà sono state, in particolare, le piccole imprese che operano isolate. Una fascia pari a circa il 30% del totale è riuscita, invece, a sviluppare una capacità di operare in rete che, insieme al fattore qualità, si è rivelata vincente e ha consentito di rafforzare l’export e lanciare nuovi prodotti. Per questo serve un serio piano di rilancio, una nuova politica industriale che accompagni lo sviluppo e la “messa in rete” delle piccole imprese. Così come è necessario agire a sostegno delle medie: quelle che, secondo i dati Unioncamere, hanno visto crescere export (+74%) e fatturato (+58%) negli ultimi 10 anni. E’ su queste, mi dice Mondello, che bisogna puntare per il futuro. Salvo naturalmente il ruolo delle “grandi”, che sole possono rappresentare il ruolo di “testa di ponte” sugli scenari internazionali.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario