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Ottava tappa del viaggio pre-elettorale

Intervista a Alberto Tripi

Presidente di Almaviva, azienda leader in Information & Communication Services

di Enrico Cisnetto - 13 marzo 2008

La nuova tappa del mio viaggio tra i protagonisti dell’economia mi porta a incontrare Alberto Tripi, il “signore dei call center” che con la sua holding Almaviva vanta la leadership italiana proprio in quel settore che negli anni qualcuno ha voluto che diventasse (a torto) un simbolo del “precariato” giovanile. Ma nel caso di Almaviva (non un rimando rossiniano, bensì un acronimo dei suoi familiari, Alberto, Marco, Viviana, Valeria, tutti impegnati in azienda), pochi sanno che l’azienda romana è stata protagonista di quella che è stata la più grande “infornata” di assunzioni del dopoguerra: ben 6.300 dipendenti hanno visto trasformato il contratto a tempo determinato in definitivo.

Il quartier generale è ipertecnologico: tre torri modernissime dedicate ai grandi cervelli italiani, Marconi, Galileo e Leonardo, sede perfetta per un protagonista dell’innovazione italiana come Tripi, che prima di fondare questa nuova realtà aveva lavorato per diciassette anni all’Ibm. Ma il lavoro dipendente gli stava stretto e nel 1983 lasciò il colosso dei pc per lanciarsi nell’avventura imprenditoriale di Lottomatica. Nel 2005 un’altra avventura: rileva Finsiel da Telecom, per mettere le basi del suo polo hi-tech che diventerà Almaviva.

Nel suo ufficio avveniristico Tripi inizia a parlarmi di declino industriale: sottolinea come il Paese cammini a passo lento (crescita media dello 0,8% dal 2002 al 2007) nonostante il suo settore “tiri” (+5% di crescita annua). Ma soprattutto mi ricorda che l’Italia rimane costantemente indietro rispetto ai competitor. Tripi, che ricopre un importante ruolo anche in Confindustria – è presidente della divisione Servizi Innovativi e Tecnologici, oltre che membro della giunta e del consiglio direttivo – dice che se si vuole spostare il Paese dal piano inclinato in cui si trova bisogna darsi una mossa, e anche in fretta.

“Non c’è tempo da perdere”, ribadisce, “perché la globalizzazione non aspetta le indecisioni di nessuno e non guarda in faccia nessuno. Noi imprenditori lo sappiamo bene, perché viviamo questa realtà tutti i giorni. I paesi che non comprendono che la globalizzazione ha rivoluzionato le regole del gioco, resteranno inevitabilmente indietro, e soffriranno conseguenze pesanti sulla qualità della vita dei cittadini: i segni delle mancate riforme, e quindi della non sufficiente crescita nel nostro Paese, li stiamo già avvertendo”. “Noi imprenditori”, conclude, “siamo geneticamente incompatibili con la logica del declino”.

Per contrastare questo trend, Tripi ha recentemente presentato, nella sua veste di “capo degli innovatori” di Confindustria, una vera e propria tabella di marcia, con le priorità del Paese. Ai primi posti vi sono le liberalizzazioni, da mandare avanti anche riportando il settore degli appalti pubblici al sistema della gara d’appalto. Poi gli investimenti nella conoscenza, facendo del merito e dell’eccellenza i due punti chiave di tutto il sistema formativo. Ancora, la semplificazione della pubblica amministrazione; il taglio delle tasse sul settore dei servizi; il rilancio delle grandi opere e degli investimenti in tecnologia. Un progetto ambizioso, che secondo il presidente di Almaviva dovrà servire a rilanciare il Paese, partendo dai settori che funzionano meglio. Sulle prossime elezioni Tripi è moderatamente ottimista.

La novità costituita dal bipartitismo gli sembra positiva, soprattutto in chiave di governabilità del Paese. Anche la presenza di “non allineati”come l’Udc gli pare un fattore interessante, anche perché in questo “rimescolamento di carte” degli ultimi mesi, si nota comunque un’indubitabile diminuzione dei soggetti politici. Parla da politico, Tripi, non solo da imprenditore. E infatti non gli piace l’equazione “politica uguale azienda”. “Certamente, gli imprenditori possono dare un contributo alla politica, si è visto in questi anni, ma impresa e Palazzo sono due cose diverse”, mi dice. “Quando sei amministratore delegato, sei espressione solo di un consiglio di amministrazione.

Quando sei eletto, devi rappresentare tutti, anche chi non ti ha votato”. Si vede che la politica gli interessa, lo appassiona. Mai però come il calcio. E infatti alla fine della nostra chiacchierata mi parla con trasporto della sua sfegatata fede romanista. Tuttavia, mentre prendo un taxi per andarmene, non posso non constatare che le sue torri sono biancazzurre: forse lo scherzo di un architetto laziale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario