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Public Policy

Il Governo del "non fare"

Inetti oltre che bugiardi

Sforeremo il 3% del deficit e ci sarà una manovra correttiva. Era così difficile prevederlo?

di Davide Giacalone - 20 settembre 2013

Il problema non è la veridicità, o, meglio, la falsità delle cose dette dal governo. Il problema è l’incapacità di governare. Il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia hanno ripetutamente garantito che: a. non c’era alcun pericolo che il deficit superasse il 3% del pil; b. non ci sarebbe stato bisogno di alcuna manovra di assestamento. Ripeto: il problema non è che si dimostra vero il contrario, il problema è che non si sia stati capaci di porre rimedio.

Tali dichiarazioni sono state reiterate anche dopo il decreto legge che cancellava la prima rata Imu e sospendeva la seconda, in attesa della copertura che, allora dissero, sarebbe stata indicata entro la metà di ottobre. Né è mai stato messo in dubbio che si sarebbe evitato il programmato aumento di un punto Iva, dato che era unanime, sia fra le forze politiche che fra i ministri, la considerazione che difficilmente si può immaginare un provvedimento più pro-recessivo di quello. Tanto vero che i ministri fin lì espostisi a sostenere il contrario (come Zanonato all’assemblea Confcommercio) avevano provveduto a correggere la propria posizione. Non solo tali assicurazioni erano state date, ma a seguito dell’accordo di fine agosto, relativo all’Imu, Enrico Letta ha annunciato non solo l’opportunità, ma la concreta possibilità di tagliare il cuneo fiscale. Segno che riteneva esistenti i margini di bilancio, o aveva in mente dove tagliare la spesa. Oppure no: non avevano in mente molto e parlavano giusto per parlare.

Questa estate sono stato fra quanti non avevano alcuna voglia di festeggiare il “successo” dell’Imu, dacché non riuscivo a scorgerne i contorni. Scrivemmo che: 1. se la copertura era stata trovata non poteva che essere parte dell’accordo stesso, sicché valeva la pena chiarirla e non rinviarla; 2. se si sostituiva l’Imu con la Service Tax, calcolandola in base ai metri quadrati degli appartamenti, non si faceva che cosmesi nominale, cui s’aggiungeva l’abominio di denominare tassa quella che, in realtà, restava un’imposta patrimoniale; 3. che l’andamento previsto degli ultimi due trimestri non lasciava scorgere alcuna ripresa, semmai un rallentamento della caduta (mentre altri paesi hanno già il segno positivo), derivando da ciò la possibilità che vi fossero problemi relativi al deficit. Nessuno ci si filò di pezza, salvo ciascuno provare a dirci che capivamo poco e nulla e non apprezzavamo l’esito di grandi battaglie politiche. Risultato: le cose stanno come le vedemmo.

Non sapendo come fare così evidente e repentina inversione di marcia hanno usato l’intervento di Olli Rehn, finnico commissario europeo, il quale è venuto a dire l’ovvio, usando toni e parole che sarebbe state rigettate come offese in qualsiasi Paese ancora orgoglioso della propria sovranità. Da noi no, da noi ne hanno fatto una sponda per dire: vedete, non si può. Ma è quello che avevamo avvertito. Si sarebbero dovuti trovare tagli alla spesa (e non il gioco delle tre carte fiscali) che compensassero le minori entrate (ammesso che il punto Iva ne porti di maggiori) e le nuove uscite (il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga). Non solo fecero spallucce, ma andarono annunciando nuovi sgravi, cosa che oggi appare grottesca.

Come si spiega tutto questo? Non si spiega, perché è da incoscienti. Suppongo, però, che non pensassero di trovarsi in questa condizione: hanno sperato che la condanna del capo della destra portasse subito alla crisi di governo (lo definimmo: alibi), in modo da mettere le incompatibilità finanziare sul conto politico di chi avesse fatto cadere il governo. Per ottenere tale risultato non s’è badato ad offendere l’istituzione parlamentare, al tempo stesso sobillando militanti con la schiuma alla bocca. Con la crisi, Letta lo aveva detto, sarebbero caduti gli impegni presi, quindi si sarebbe potuta fare una legge di stabilità emergenziale, coprendo così l’incapacità di farne una seria. Ma la crisi non c’è stata.

Il video berlusconiano ha messo nel conto le possibili dimissioni del senatore in attesa di decadenza, non quelle del governo. Così la castagna è rimasta sul fuoco e, per evitare di ardere con lei, il governo “scopre” quel che qui è stato pubblicato in una stagione in cui le castagne erano assai di là da venire.

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