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Il problema italiano dentro il problema euro

Inerzia da parte di chi dovrebbe agire

Un documento zeppo di cifre, ma la stampa reagisce boriosamente al monito di Draghi

di Davide Giacalone - 17 marzo 2006

Si è colti dalla noia e dalla tristezza, a guardare come la stampa riprende e commenta il contenuto del bollettino trimestrale pubblicato dalla Banca d’Italia, il primo dell’era Draghi. Come medici che subordinano le diagnosi alle tifoserie accademiche, non avendo idea alcuna circa la terapia.
Il bollettino è zeppo di cifre, ma non ne utilizzerò nessuna, facendo il contrario di quel che fanno quasi tutti, e vediamo se è possibile capirsi. Il quadro è grigio, l’Italia è ferma, ma l’importante è capire il perché.
L’andamento della produttività, l’incidenza dei costi per unità di prodotto, peggiora costantemente dal 1995 ad oggi. Dieci anni, due legislature. Chiaro? Le nostre quote di mercato, nel mondo, conseguentemente, diminuiscono dalla stessa data. C’è un grande problema italiano, la cui radice è il non volere prendere atto che il modello di sviluppo del passato non è più adatto a galleggiare nel presente e veleggiare nel futuro. Se il problema fosse questo o quel provvedimento del governo, per averlo preso o per averlo omesso, basterebbe rimediare e tutto tornerebbe a posto, ma non è così. Ecco perché i dibattiti nei quali Berlusconi difende il lavoro fatto e Prodi gli affibbia la colpa del declino sono oziosi. Lo sono perché nessuno dei due ha detto una parola una su come si affronta il problema del modello.
Il grande problema italiano sta dentro un altro grande problema, quello dell’area dell’euro, che cresce sensibilmente meno del resto del mondo ed arretra. L’Italia registra risultati peggiori, ma non perché quelli dell’Europa siano buoni. Ciò significa che il problema riguarda tutti, e da noi è solo più grave.
Nel mercato del lavoro l’Italia ha dato qualche segno di reazione, grazie prima di tutto alla legge Biagi. Questo ha reso possibile un apparente paradosso: il Paese dell’area dell’Euro che va peggio è anche quello che riassorbe più disoccupazione. Ma i dati Istat sull’occupazione, ripresi dalla Banca d’Italia, non misurano le teste degli occupati (ne parlammo a suo tempo) e registrano un aumento delle ore lavorate in rapporti di lavoro non fissi. Dire che questo è un aumento del “precariato”, e trarne un giudizio negativo, è autolesionista, perché significa apprestarsi a smontare quel poco che sembra essere in linea con le nuove esigenze del mercato.
Il debito pubblico ha ripreso a correre (e questo è niente, dato che è facile prevedere un più marcato aumento dei tassi d’interesse), quindi c’è un problema di controllo della spesa pubblica, se non si vuol ricorrere ad un aumento della pressione fiscale (con conseguente compressione dei consumi e fuga dei capitali). Bene, come si controlla la spesa pubblica? Risposta: non la si controlla, perché è oramai in gran parte appannaggio degli enti locali, dove lo Stato può tagliare, ma non indirizzare o controllare. A leggere i programmi elettorali vengono i brividi, perché, a dispetto dell’evidente realtà, ambedue i poli promettono la stessa ricetta: più federalismo. Una moda parolaia e cretinetta, dietro la quale si cela la crescita della spesa pubblica e la rinascita del capitalismo di Stato.
Nel guardare i nostri problemi, poi, è bene non dimenticare che siamo ricchi. Siamo molto ricchi. Il patrimonio delle famiglie raggiunge forse il decuplo del pil e del debito. L’essere ricchi deve indurci a guardare i problemi senza l’allarme del disastro, ma non deve troppo tanquillizzarci, perché se i problemi non si risolvono, non rinunciando al tenore di vita, diventeremo sempre meno ricchi e finiremo con il volere affrontare i problemi veri quando ci mancherà il fiato.
La politica serve a questo, o dovrebbe. Individuare il problema per tempo, proporre una soluzione, avendo in mente un modello di sviluppo. Ricette diverse corrispondono a politiche e politici diversi. Credo che i diciassette milioni d’italiani che hanno seguito il dibattito Prodi-Berlusconi cercassero di cogliere qualche cosa in proposito. E’ stato offerto poco e niente, salvo poi scatenare una buriana giornalistica per stabilire chi ha finto. Detto con franchezza: e chi se ne frega.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario