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Inutili i 50 milioni di finanziamenti a pioggia

Industria, si gioca su scala planetaria

I distretti hanno funzionato, ma è sbagliato continuare a spingere verso il localismo

di Enrico Cisnetto - 24 ottobre 2005

Troppi, tanto da essere difficile censirli. Vittime di una babele normativa a livello regionale. Concepiti solo sul piano locale. I distretti industriali – 150 secondo Unioncamere, quasi 200 per l’Istat – rappresentano un’opportunità sprecata nell’Italia della deindustrializzazione. Oggi contribuiscono per il 27% al pil del paese, e generano il 46% dell’export nazionale, ma finora la loro concezione geografica (le imprese devono stare tutte nello stesso territorio) e la mancanza di un chiaro orientamento di politica industriale nazionale, non li ha resi protagonisti di un vero progetto di sviluppo del Paese. Si badi bene, nel vuoto di grandi opzioni strategiche, si è trattato di un lavoro meritevole di lode. Non sottovaluto che economie di scala, divisione del lavoro, velocità di passaggio delle informazioni, piattaforme produttive e commerciali comuni rappresentano vantaggi assai rari nel nostro desolante panorama industriale (Prometeia segnala che oltre la metà delle imprese italiane fa produzioni “atecnologiche”). Ma il localismo di Regioni e Comuni, che di fronte alla crisi hanno ampliato a dismisura, e per legge, il concetto di distretto, e la mancata trasformazione dei distretti in filiere settoriali tra loro collegate a prescindere dalla dislocazione, non ne hanno fatto né un modello né una piattaforma di politica economica.

In questo quadro, la mossa di Tremonti di inserire nella Finanziaria il riconoscimento dello stato giuridico dei distretti e garantire loro fondi per 50 milioni avrebbe senso se fosse accompagnata da un piano in cui venissero indicate le priorità, per evitare i finanziamenti a pioggia. E, attenzione, non si tratta solo di clientelismo. Il problema di fondo è culturale: dopo la sbornia del “piccolo è bello”, che paghiamo a caro prezzo, ora c’è quella del “capitalismo di territorio”, tanti piccoli orticelli mentre con la globalizzazione o giochi su scala planetaria o muori. Facciamo un esempio. Pur se “a macchia di leopardo”, la meccanica fine e di precisione, un settore dove le qualità italiche vengono esaltate, sta tirando assai bene (ad agosto +30,9%). Ora, perché non concentrare le risorse in questo, e in pochi altri comparti?

Sempre Prometeia ci spiega come la produttività italiana crescerebbe del 21% se le nostre imprese avessero la stessa struttura dimensionale di quelle francesi e tedesche. Se non si riescono a fondere le imprese – cosa su cui, peraltro, le incentivazioni finora sono state insufficienti – consideriamo pure la dimensione distrettuale (di settore, non territoriale) e lavoriamo su quella. Come? Prendendo spunto sia dall’aggressiva strategia tedesca di delocalizzazione produttiva (eccezionali gli effetti sull’export), sia dalla modalità dei “poli d’eccellenza” (in Francia 67, di cui 15 internazionali, non centinaia). Con l’obiettivo di non essere spazzati via quando finalmente si ragionerà a livello continentale, che si tratti dei “campioni europei” o dei “distretti europei”.

Pubblicato sul Messaggero del 23 ottobre 2005

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