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Eravamo la culla del diritto. Oggi?

Indulto: tutto come prima

Invece delle riforme, si è persa l’ennesima occasione di far le cose seriamente

di Davide Giacalone - 02 novembre 2006

Lo avevamo previsto ed è puntualmente avvenuto, fin troppo in fretta. L’indulto, dicevamo, è un provvedimento sbagliato perché non risolve nessun problema della giustizia e tampona il dramma del sovraffollamento senza toccarne le cause. Prevedevamo che nel giro di qualche tempo le cose sarebbero tornate al punto di partenza. Eccoci: nel carcere di Regina Coeli, prima dell’indulto, c’erano 980 detenuti, scesi a 746 dopo la clemenza, ora sono 960. Stesso dramma, stesso sovraffollamento, ma in condizioni peggiori perché si è persa l’ennesima occasione di far le cose seriamente. La si è persa con un vasto consenso parlamentare, misura tangibile dell’incoscienza con cui si affrontano questi problemi.
La nostra giustizia è troppo costosa e troppo lenta, intollerabilmente lenta. Le pene previste dal codice penale sono, in via teorica, troppo pesanti ed interamente carcerarie, mentre in via pratica sono del tutto eventuali ed aleatorie. Si deve mettere mano ad una riscrittura dei codici, ad una diversificazione delle pene, si devono contingentare e rendere effettivi i tempi delle indagini e del dibattimento, si deve rendere il giudice veramente terzo, quindi non collega dell’accusatore. Non c’è persona sensata che non sappia queste cose, ma non si ha il coraggio di dirle, perché taluni devono leccare i piedi al corporativismo togato, altri devono fare la voce grossa della repressione e quasi tutti praticano il giustizialismo senza sapere cosa sia la giustizia.
Alle riforme che servono si può arrivare anche in poco tempo, se solo la politica la pianta di speculare ed avere paura, e se quelle riforme si facessero allora poi si potrebbe anche far sbollire il dramma dell’arretrato con provvedimenti di amnistia. Ma se non si fa niente, come niente si è fatto, l’indulto diventa solo un premio ai criminali, diventa una beffa, una pernacchia alla giustizia, la cui eco si sente nei vicoli di Napoli. I processi si continua a non farli, la macchina continua ad essere inceppata, in carcere continuano ad entrare i presunti innocenti (in custodia cautelare), mentre si sono messi fuori i sicuri colpevoli. E riecco il sovraffollamento, come previsto. La peggiore giustizia d’Europa in compagnia della più irresponsabile politica. A questo si è ridotto il Paese che fu culla del diritto.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 2 novembre 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario