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La poltrona vacante di Bankitalia

Indecisionismo maledetto

Un potere debole, il vero dramma politico del Cav.

di Enrico Cisnetto - 30 settembre 2011

Non ho mai creduto fondate le lamentazioni di Berlusconi circa la mancanza di poteri sufficienti a governare che ha a disposizione, cui fa riferimento tutte le volte che, messo alle strette, è costretto ad ammettere che “si potrebbe fare di più”.

Intendiamoci, qualche ragione ci sarebbe, altri primi ministri europei dispongono di strumenti maggiori. È che l’attuale premier non ha nessuna credibilità nel fare questa affermazione, per il semplice motivo che non esercita i poteri che gli sono effettivamente attribuiti. Già, cari anti-berlusconiani dei miei stivali, il difetto del Cavaliere, per cui merita il cartellino rosso, non è di avere troppo potere o addirittura di prendersi poteri che non gli spetterebbero, ma al contrario di esercitare poco o niente (e per di più male, quando lo fa) il potere che ha.

Insomma, è un “potere debole”, non un “potere forte”. Può darsi sia lo spasmodico desiderio di piacere a tutti che da sempre lo pervade, ma comunque non ho dubbi che Berlusconi, al di là di come ama raccontarsi, sia un grande “indecisionista” – e che lo fosse anche da imprenditore, che è cosa diversa dall’essere quello straordinario creativo e venditore che invece è – e che il suo stare a Palazzo Chigi (per quel poco che ci sta, visto che non a caso passa gran parte del suo tempo in altri luoghi, irritualmente elevati a rango istituzionale) rappresenta un problema soprattutto per quello che non fa.

Il caso della Banca d’Italia, ancora priva della nomina del successore di Mario Draghi, ormai con le valigie in mano per andare a Francoforte, è la dimostrazione più lampante di questo maledetto indecisionismo. È solo uno dei tanti esempi, sia chiaro: un premier che ci mette cinque mesi per sostituire il ministro dello Sviluppo Economico, per poi scegliere uno dei vice dell’uscente, non aveva certo bisogno di quest’ultima vicenda per rivelarsi. Tuttavia, si sperava che i pericoli che corre il Paese proprio sul terreno finanziario, inducessero l’irresoluto premier a non perdere tempo. Io mi ero permesso di avvisarlo già a luglio, ai primi segnali di pressione speculativa sui nostri titoli di Stato. Ma, al pari di altri commentatori, non sono stato ascoltato.

Eppure già allora era chiaro che assecondare la solita abitudine italica di lasciar decantare le cose – che spesso significa lasciarle marcire – sarebbe stato un errore che si doveva assolutamente evitare di commettere. E per rinvio non intendevo riferirmi solo al limite massimo di novembre, quando formalmente Draghi prenderà il posto di Trichet alla Bce. No, intendevo dire: la scelta va fatta subito, senza indugi, non facciamo passare l’estate.

Non perché a Bankitalia mancasse la guida, ma perché decidere nel pieno della turbolenza speculativa avrebbe significato dare un segnale forte a chi stava giocando al ribasso su Bot e Btp e sui titoli bancari in Borsa. E che, non a caso, ha continuato e continua a farlo. D’altra parte, quando lo stesso premier ha affermato di aver predisposto la manovra d’emergenza sotto la pressione della Bce, che la pretendeva in cambio di un massiccio intervento calmieratore sul mercato secondario dei titoli di Stato, ha reso evidente che occorreva dare a chi si accingeva a guidare la banca centrale europea la certezza della continuità in Bankitalia.

Non si trattava, e non si tratta, di fare un piacere a Draghi mettendo a palazzo Koch un suo amico, come si sente dire, ma di stringere un patto di ferro con la Bce – dove non abbondano gli amici degli italiani – per arginare quanto più possibile la speculazione ed evitare così di finire in default. Stiamo parlando di evitare di fallire, non un obiettivo come un altro. E qualunque premier si sarebbe impegnato persino le mutande pur di riuscirci.

E siccome sia agli occhi dell’Eurotower che verso le cancellerie europee, ma anche nei confronti dei mercati, in ballo ci sono credibilità e fiducia, la prima cosa è dimostrare che siamo, o meglio che intendiamo diventare, un “paese normale”. E cosa c’è di più significativo che dare continuità gestionale a Bankitalia – una delle poche istituzioni italiane credibili, anzi così credibile da aver prodotto il nuovo presidente della Bce – nominando un dirigente interno, come lo stesso governatore uscente ha suggerito? Solo che Berlusconi prima se n’è uscito con un disarmante “non c’è premura, il termine è il primo novembre”, e poi ora che finalmente sembrava essere arrivato il momento di decidere, ha lasciato che la scelta si trasformasse in una penosa disputa tra Saccomanni e Grilli, due professionisti di grande prestigio che non meritano questa sorte. Con quel che ne consegue in termini di (ulteriore) sputtanamento del Paese.

Occorreva tenere la nomina del governatore di Bankitalia al di fuori dai giochi di palazzo, evitando di usare quella poltrona come merce di scambio o strumento di lotta politica. Bastava usare le prerogative che la legge non solo concede, ma impone, al premier. Lo faccia adesso, subito, signor presidente, prima che sia troppo tardi anche per lei.

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