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Un paese bloccato

Indecisi a tutto

L'immobilità italiana, l'assenza di una classe dirigente che guidi il Paese e l'esempio di Necci

di Enrico Cisnetto - 31 maggio 2013

L’uscita del libro di Luigi Bisignani ha spinto i media a scatenarsi per l’ennesima volta sul tema dei “poteri forti” e dei “poteri occulti”. La lettura è sempre la solita: l’Italia è in crisi perché c’è chi accumulato troppo potere e lo usa per farsi i fatti suoi. Peccato che il problema italiano sia, al contrario, la debolezza, per non dire l’inesistenza, dei poteri. A cominciare da quello politico e istituzionale, marchiato a fuoco da un tasso di indecisionismo senza eguali nei paesi più avanzati. E per finire con il potere economico e finanziario, piegato da vecchie guerre intestine, dalla scomparsa dei grandi gruppi e da una crisi recessiva senza precedenti. Poteri deboli, non forti. Altro che P2 e P4, qui il problema è che non comanda più nessuno, non c’è verso di prendere una decisione che una. L’unica scelta che funziona è l’esercizio del diritto di veto.

D’altra parte, la politica è screditata, le istituzioni sono deboli e in conflitto tra loro, la burocrazia è sorda e cieca, il capitalismo è rimasto senza capitani, le parti sociali sono ferme a vecchie liturgie: se l’Italia declina è perché manca una classe dirigente autorevole, nazionale e locale, capace di esercitare il potere – democratico, s’intende – senza il quale c’è spazio solo per il populismo (che alligna a destra) e la retorica massimalista (che sta a sinistra).

Affronto questo tema indotto anche e soprattutto dalla ricorrenza della morte di Lorenzo Necci, avvenuta sette anni fa esatti. E siccome Necci era “un uomo ad alta velocità” che viveva in un paese che già allora, e da molto tempo, era “bloccato”, rievocarne la figura, come fa un bel libro (“Memento. La mia storia” edito da Magi in collaborazione con l’Agenzia Dire) e come è stato fatto in un incontro promosso dalla Fondazione Necci gestita dalla figlia Alessandra, non può che aiutarci a trovare il bandolo della crisi italiana. Perché, in effetti, la figura di Lorenzo Necci incarna alla perfezione la dicotomia tra una visione innovativa e dinamica del futuro, come era la sua e come ci vuole se s’intende uscire dall’empasse strutturale in cui siamo, e la difficoltà di realizzare qualunque progetto in un paese “indecisionista” come è l’Italia.

Non è un caso che Necci seppe conquistarsi un ruolo da prim’attore negli anni Ottanta e nella prima parte del decennio successivo, rinnovando in modo significativo settori produttivi strategici come quelli della chimica, dell’energia, dei trasporti e della logistica. Poi quando la narrazione (per dirla con Vendola) prese il posto del pragmatismo, e alla condanna della politica (Tangentopoli) si accompagnò la gogna per i manager pubblici ribattezzati “boiardi di Stato”, ecco che il “padre della Tav”, chi aveva trasformato le vecchie Fs in una moderna società per azioni e guardava a una trasformazione dell’intero sistema ferroviario, fu bloccato. Convinto sostenitore delle infrastrutture materiali e immateriali, Necci aveva ideato un progetto che prevedeva non solo la rete ferroviaria ad alta velocità capace di inserirsi nei grandi corridoi europei, ma anche treni dedicati ai pendolari e cargo all’interno di un sistema integrato che facilitasse la mobilità delle persone e delle merci per rilanciare la competitività del sistema-paese. Ma nonostante questi straordinari obiettivi, anzi proprio perché li aveva, nel 1996 è stato bloccato con un arresto dalle modalità spettacolari, un vergognoso abuso delle intercettazioni e accuse tanto disparate quanto fumose, fino ad essere costretto alle dimissioni in carcere, aprendo un calvario di accuse e archiviazioni (42) che si sarebbe concluso solo dopo la sua morte.

Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha ricordato pochi giorni fa quanto gli investimenti in opere pubbliche siano decisivi per la competitività del Paese e per la sopravvivenza delle imprese. L’Italia va ripensata, modernizzata, rimodulata secondo criteri di efficienza e sostenibilità, asciugando le autonomie locali e ridando credibilità allo Stato. Ma per farlo occorre “sbloccare” il paese bloccato. Occorre restituirgli la capacità di prendere decisioni – sapendo che la peggiore delle decisioni è non decidere – e possibilmente di inserirle in una visione di lungo periodo che discenda da un’idea di paese, da un progetto di respiro strategico. “Molto lontano ad est si arriva ad ovest”, amava dire il riformatore e visionario Lorenzo Necci. Ricordarne la figura e riflettere sul perché (anche a lui) gli vennero tagliate le ali, è un buon modo per provare a rimettere insieme i cocci di un paese “indeciso a tutto”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario