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Un governo non sfiduciato non può dimettersi senza tornare alle Camere

Incostituzionale

Che il presidente incarichi chi vince le elezioni è non solo giusto, ma ovvio, che esista automatismo fra il voto e l’incarico, invece, sarebbe tradimento della Costituzione.

di Davide Giacalone - 19 dicembre 2012

Nell’indifferenza generale stanno triturando la Costituzione. Cumulando contraddizioni e deragliamenti che non risparmiano il presidente della Repubblica. E’ un passaggio assai grave, che non potrà essere nascosto dietro le giullarate qualunquistiche di chi s’esibisce a pagamento.

Marcello Pera ha osservato che un governo non sfiduciato non può dimettersi senza che il capo dello Stato senta il bisogno di rimandarlo alle Camere. Ha ragione. Si dirà: ci sono molti precedenti. Osservo: a. sono anche stati molte volte condannati, dagli stessi che ora tacciono; b. non è neanche vero, perché le crisi extraparlamentari di un tempo nascevano dal dominio dei partiti della maggioranza sugli equilibri parlamentari, qui, invece, la crisi nasce da un disfacimento. Non è per niente la stessa cosa. A parte ciò, comunque, Giorgio Napolitano ha detto chiaramente che il prossimo incarico sarà da lui dato (non ne avevo mai dubitato e lo avevamo anticipato), dopo le elezioni, sulla base di considerazioni politiche, quindi diversamente da quanto ha fatto consegnando il governo nelle mani dell’allora neo senatore a vita, Mario Monti. Tali parole sono state commentate in chiave politica (quale sostegno alla campagna di Pier Luigi Bersani), ma a me preme sottolineare che non hanno alcun fondamento costituzionale. L’articolo 92 della, celebrata e negletta, Costituzione non accenna ad alcuna differente tipologia.

“Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Punto. Siccome il governo s’insedia con il giuramento, ma entra nel pieno dei poteri con il voto di fiducia, s’intende che la scelta dovrebbe ricadere (ma ci sono precedenti anche in senso diverso) su chi si presume possa disporne o sia in grado di aggregarla. Non esistono governi di tipo diverso, per la nostra Costituzione. Ciò non toglie, e ve ne sono ripetuti esempi, che laddove la maggioranza politica ha perso coesione e il governo espresso cade questo può essere sostituito, seguendo il percorso prima accennato. Ciò può condurre ai così detti “governi del presidente”. Ma mai e poi mai esistono criteri diversi che il presidente della Repubblica possa non solo seguire, ma addirittura (come purtroppo ha fatto) teorizzare. E meno può lasciare intendere: al prossimo giro incarico chi ha preso più voti. Che contraddice non solo la lettera, ma la prassi costituzionale.

Meglio essere chiarissimi: che il presidente incarichi chi vince le elezioni è non solo giusto, ma ovvio, che esista automatismo fra il voto e l’incarico, invece, sarebbe tradimento della Costituzione. La cosa davvero singolare è che vado ripetendo la lettera costituzionale, aggiungendo che in Italia non esiste affatto l’elezione del capo del governo, e mi sento rispondere: è una tesi formalista, perché nella sostanza è diverso. Ma la Costituzione è forma. Se se ne umilia la forma non ci resta un bel niente.

A tal proposito: già che il governo intervenga, con un decreto legge, per modificare le regole elettorali alla vigilia dell’annunciato scioglimento parlamentare, e dopo avere già stabilito (informalmente) in che giorno si vota, è grave. Ma accettabile, se la faccenda riguarda regole uguali per tutti, quindi le firme che ciascuno deve raccogliere. Ma se si legifera introducendo distinzioni oggi inesistenti, come ad esempio la presenza del gruppo parlamentare in un solo ramo del Parlamento, o la costituzione di gruppi interni ad altri gruppi, facendo discendere da quelle indistinte distinzioni ulteriori facilitazioni, allora vuol dire che la Costituzione è considerata coriandoli buoni per carnevale.

I “sostanzialisti”, quelli che si credono intelligenti perché spiegano che conta il risultato e non la forma, hanno già distrutto la giustizia, in Italia. Non si sente alcun bisogno che estendano le loro mefitiche cure alla Carta, che merita d’essere riformata, anche profondamente, ma non umiliata e offesa.

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