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A decidere per tutti chi è stato eletto da pochi

Inadeguatezza e Fmi

L'Europa è un gigante composto da democrazie ma privo di democrazia unitaria

di Davide Giacalone - 28 novembre 2011

Nicolas Sarkozy ha dimesso i panni del saccente ridanciano, ma continua a non capire quel che sta succedendo, divenendo corresponsabile di un disastro. Egli ha detto che “se esiste un problema italiano è il cuore dell’eurozona a essere colpito”, ribadendo, in accordo con Angela Merkel, che non può esistere né euro né Europa senza l’Italia. Queste non sono dichiarazioni amichevoli, sono dimostrazioni di totale insufficienza politica. E’ la crisi dell’eurozona che minaccia l’Italia, è la crisi dell’euro a esporci verso rischi enormi, è il fallimento del vertice di Strasburgo (Sarkozy, Merkel e Monti) ad avere provocato il venerdì di terrore. Se si confondono le cause con gli effetti non si va da nessuna perte. Il presidente francese ha ripetuto “l’Italia faccia quel che deve fare”. Cosa? Se dovesse intervenire il Fondo monetario internazionale, con un prestito all’Italia a tassi inferiori rispetto a quelli richiesti dal mercato, che sono saliti non a causa del nostro debito, ma per colpa dei difetti dell’euro e dell’ostinazione nel non correggerli, in quello stesso momento l’eurozona e l’euro non esisterebbero più, perché una parte del sistema sarebbe sottoposta a vigilanza e controlli esterni.

In Italia, con cecità e provincialismo, ci si compiace che i vertici fra Francia e Germania sono adesso allargati all’Italia. Come se la salma si rallegrasse per l’invito alla lezione d’anatomia. Invece si dovrebbe protestare la necessità che finiscano i vertici ristretti, che di ristretto hanno solo la capacità d’intendere e volere, e si proceda nelle sedi istituzionali, comprendenti tutti i paesi membri. Si deve passare dal direttorio alla collegialità, ridando fiato all’Europa. E’ vero che per rivedere i trattati ci vuole del tempo, ed è anche vero che i tedeschi si mostrano disponibili proprio perché non è faccenda di domani mattina, ma sarebbe sufficiente dire che tale modifica avverrà nel senso della maggiore integrazione e che si autorizza fin d’ora la Banca centrale europea a provvedere come se fosse già avvenuta, ed ecco che ci troveremmo in una leopardiana quiete dopo la tempesta. Invece, fin qui, a far festa sono solo gli augelli della speculazione, imbeccati dal ragionamento corto di chi cerca di salvare le proprie banche per salvare la propria posizione personale. Se Sarkozy capisse che il giochino dell’asse lo porta ad essere la prossima vittima, che i tedeschi possono coltivare la pur folle idea di far tutto da soli, mentre i francesi non ne hanno la benché minima possibilità, se la smettesse di avere il terrore del declassamento del proprio debito pubblico (di fatto già avvenuto) e cominciasse a nutrire una sana paura per quel che viene dopo, ecco che si aprirebbe un dialogo serio, destinato a creare un fronte che dimostri alla Germania i pericoli delle loro chiusure. Invece, fin qui, i francesi coltivano un doppio sogno, destinato a divenire un doppio incubo: a. approfittare della situazione per fregare gli italiani, costringendoli a prendere prestiti che servano a far fronte alla vendita di titoli del loro debito pubblico, effettuati dalle banche francesi, in questo modo alleggerendosi del rischio e rimpannucciandosi per comperarne di propri, e, intanto, fregare agli italiani qualche altro gioiello (tanto noi collaboriamo, e per chi ne dubiti suggerisco di seguire quel che succede a Finmeccanica, fuori dal folklore giudiziario); b. ove mai le cose vadano male, giungere innanzi alla propria crisi dandone la colpa agli italiani e raccontando agli elettori che la fine dell’euro comporta un tale cambio di prospettiva da non potersi più fare riferimento ai programmi e alle promesse di ieri.

Diventeranno due incubi perché la sorte delle banche francesi è quella di Dexia, già nazionalizzata, sicché il loro debito pubblico è destinato a schizzare. Solo che noi sappiamo gestire meglio quella situazione, intanto perché siamo da lungo tempo dei disgraziati incapaci di comprimere la spesa pubblica, quindi ci abbiamo fatto il callo, poi perché il nostro sistema produttivo (quello reale, sommerso compreso) è più elastico e mobile. L’euro e l’Europa dovevano essere per noi un’opportunità e un vincolo, ed è colpa nostra non essere stati all’altezza. Colpa grave. Ma quel che succede dimostra che se la nostra classe politica è stata incapace, quella altrui non è migliore. Il che non consola punto. Anzi, pone un problema di democrazia, perché questo è il paradosso dell’Europa odierna: un gigante composto da democrazie, ma privo di democrazia unitaria, sicché a decidere per tutti è chi è stato eletto da pochi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario