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I tagli della Finanziaria alla ricerca

Inaccettabile ricatto della cultura

Il futuro delle università dipende dal saper creare eccellenza, convertibile in ricchezza

di Davide Giacalone - 14 novembre 2006

Rita Levi Montalcini, dall’alto della sua scienza, della sua età e della sua dignità, poteva risparmiarsi alcune brutte figure. Poteva risparmiarsi di essere un Pallaro qualsiasi, intimorendo il governo con il suo voto determinante e, semmai, chiedersi se è sostenibile per lei, mai eletta da nessuno, l’essere il puntello di un governo cui la Costituzione chiede di avere la fiducia degli eletti dal popolo. Poteva risparmiarsi d’essere presa per il naso credendo d’essere stata capace di portare al bilancio della ricerca soldi aggiuntivi che, come ha messo in evidenza il ministro Mussi, non ci sono proprio per niente. Poteva risparmiarsi di credere e far credere che favorire delle assunzioni sia equivalente a fare ricerca scientifica. Ci metteranno una pezza, ma, nel mentre il premio Nobel torna a volare alto, la senatrice rifletta sulla situazione in cui s’è cacciata.
La toppa governativa non avrà nulla a che vedere né con la qualità degli studi universitari né con quella della ricerca. Gli uni e gli altri richiedono un ambiente competitivo, un legame con il mondo della produzione, un’integrazione virtuosa con il mondo esterno. I ricercatori che meritano non devono ricevere in cambio l’assunzione nel pubblico impiego, ma devono essere valorizzati, anche economicamente, da chi trarrà giovamento produttivo dalle loro scoperte. Le università non devono essere finanziate per le spese correnti, continuando a sfornare pochi laureati e di mediocre qualità (penalizzando i migliori ed i più deboli). Devono essere messe nelle condizioni di raccogliere finanziamenti da chi ha bisogno di chimici o ingegneri, devono sollecitare una maggiore partecipazione anche da parte degli studenti e devono attrezzarsi con borse di studio che garantiscano gli studi a chi vale ma non ha soldi per pagarli. La ricerca e le università devono sapere che il loro futuro economico non dipende dall’uso esorcistico del concetto di cultura, ma dalla capacità di creare eccellenza pronta a trasformarsi in ricchezza. Spendendo soldi come ora facciamo ci condanniamo, invece, a vedere i nostri giovani surclassati, in cultura e qualità professionali, dai loro concorrenti formatisi in altre parti del mondo, Paesi emergenti compresi. Far crescere la spesa pubblica senza far crescere la qualità non è una conquista, ma uno spreco.

www.davidegiacalone.it

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario