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Uno strano Paese chiamato Italia

In scena : “Processo con il morto”

Viviamo nel regno della malagiustizia, governato dalla politicizzazione e dall’approssimazione

di Davide Giacalone - 09 febbraio 2010

Fosse una commedia, potremmo titolarla: “Il figlio del mafioso”. Invece si tratta di una storia vera, che si potrebbe così riassumere: “Processo con il morto”. La prima racconta di un mafioso che non ha mai parlato, non ha mai collaborato, s’è fatto la galera, ma ha taciuto. Non ha fatto in tempo a morire che il di lui figliuolo, nell’assurdo presupposto d’essere il depositario dei segreti paterni, s’è messo a parlare con tutti. La seconda, invece, documenta la follia di un sistema processuale che consente ad un signore, Massimo Ciancimino, al solo scopo di conservare la più parte possibile dei soldi, raggranellati, dal padre, in una vita di disonesto lavoro, di aprir bocca e spararle grandi come montagne, appagando la fantasia narrativa delle procure. Il guaio, in tutti i casi, è un potere legislativo inerte, che s’impalla sul processo breve e lascia intonso il processo farsa.

Se non vivessimo nel regno della malagiustizia, governato dalla politicizzazione e dall’approssimazione, ci si chiederebbe: chi è, Massimo Ciancimino? Un collaborante, un pentito, un teste spontaneo? Risulta indagato, imputato per reati connessi? Su quanti tavoli giudiziari sta giocando? Sembra che il reato consista nel chiederlo. Eppure le cose che dice sono la versione ben vestita delle minchionerie di Spatuzza, dalle quali risulta che l’Italia d’oggi è governata da uno che s’è accordato con i mafiosi. Solo degli incoscienti possono credere che una tale falla sia otturabile con la non processabilità di chi guida il governo. Da sedici anni gli italiani votano una creazione della mafia. L’aula di giustizia è divenuta un palcoscenico, nel quale s’interroga il morto e s’esibisce l’orfano del mafioso, mentre sul banco degli imputati siedono i servitori dello Stato. Ma vi rendete conto? Avete chiaro quel che succede?

Per carità, capisco che se s’indaga sui liquami è necessario star ad ascoltare la spazzatura, ma, almeno, si pongano delle condizioni chiare: alla prima fesseria che racconti, alla prima bugia, alla prima volta che mi meni per il naso, la paghi per tutte e la paghi per sempre. Qui, invece, si riconosce a dei rifiuti dell’umanità il diritto di dire quel che pare loro, senza pagare dazio.

I mafiosi mi fanno schifo, sono dei disonorati. Ma, a sentire questo fighetto della deposizione, si sarebbero accordati con Silvio Berlusconi perché fosse garantita loro l’impunità. Sarebbero anche dei deficienti, pertanto. Sono sedici anni che Berlusconi tenta di assicurarla a se stesso, l’impunità, senza riuscirci, e secondo quello l’avrebbe promessa ad una banda d’assassini. Ricoveratelo, lui e quelli che gli vanno appresso. Nell’accordo, dice il Ciancimino mal riuscito, erano compresi l’amnistia e l’indulto. Solo che la prima non s’è fatta e il secondo l’ha fatto la maggioranza di sinistra, governante Prodi. E questo è niente.

Dice che un paio di soggetti non identificati gli avevano detto, a nome dello Stato, di restarsene tranquillo, tanto non sarebbe mai stato processato e le cose da lui fatte, per conto del padre, sarebbero state coperte dal segreto, per almeno trenta anni. E che ti fa, il giovane esibizionista? Rilascia un’intervita a Panorama, dando l’avvio a ricostruzioni fantasiose e deposizioni velenose. Quelli gli garantiscono il segreto e lui parla con un giornalista. Se pensa che ci si possa credere, lo querelo per insulto all’intelligenza. La mafia chiese, per mano di Bernardo Provenzano, sostiene, che Berlusconi mettesse a disposizione le reti televisive. Ma certo, è normale: tutti i mafiosi sperano solo di andare all’isola dei famosi ed essere fermati per strada, con richieste d’autografi.

Peccato che in quegli anni le televisioni di Berlusconi, dal punto di vista politico, erano effettivamente al servizio di un’operazione giudiziaria: Mani Pulite. Ne vogliamo parlare? Con quell’operazione si fece crollare il mondo politico che aveva difeso Giovanni Falcone, e si consegnò la procura di Palermo a chi lo aveva avversato. Di che riflettere, ma senza ascoltare Ciancimino, che è solo un depistatore interessato.

“Forza Italia è il frutto delle trattative fra lo Stato e cosa nostra, dopo le stragi del ‘92”. Ipse dixit. Già, e perché babbino chiedeva di parlare con Luciano Violante? Perché lo stesso Violante è dovuto correre in procura a raccontarlo, ma con quindici anni di ritardo? E ammesso che i carabinieri di Mario Mori si fossero prestati a quell’operazione, facendo da tramite fra Berlusconi e la mafia, quale sarebbe il risultato della bella pensata, a parte l’accusa d’essere mafiosi a loro volta?

In un Paese serio non si consentirebbe di trascinare la bugia e la nebbia sulle ragioni che portarono alla morte di Falcone e Paolo Borsellino, salvo processare i carabinieri che collaboravano con loro. Non si consentirebbe a comprovati delinquenti di tenere sotto ricatto la politica. Non si consentirebbe l’impunità a chi usa il proprio sangue criminale per calunniare gli altri e assicurarsi il malloppo. Quel Paese non è l’Italia, per le mille ragioni che qui continuiamo a ricordare, sempre inascoltati, perché la scena pubblica difetta di coraggio, di schiene dritte, di parole schiette, di gente che non possa essere ricattata. E quelli che ci sono, si fa di tutto per metterli a tacere.

Pubblicato da Libero

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