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Alla cerimonia Ciampi, Padoa-Schioppa, Prodi

In ricordo di Beniamino Andreatta

Il divorzio tra Banca d'Italia e ministero del Tesoro una delle sue decisioni storiche

di Angelo De Mattia - 13 febbraio 2008

Oggi sono esattamente 27 anni dall’avvio del “divorzio consensuale” Banca d’Italia-Tesoro, voluto da Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro, con l’accordo del governatore Carlo Azeglio Ciampi. Domani si ricorderà la figura di Andreatta a circa un anno dalla scomparsa, con una cerimonia alla quale interverrà il Capo dello Stato. Fino al 1981 una delibera del Comitato del credito obbligava la Banca d’Italia ad acquistare tutti i Bot che non fossero stati sottoscritti dalle banche e dal pubblico. Si ledeva così l’autonomia della banca centrale, si espandevano, in ultima analisi, la moneta e il credito, si sguarniva il programma anti-inflazione. Il superamento di quel coniugio coatto si tradusse nella trasformazione dell’obbligo in una semplice facoltà per l’Istituto di via Nazionale. Si resero chiare così le responsabilità nel finanziamento pubblico. Si assestò un colpo allo Stato “banchiere occulto”. Ebbe fine l’emissione di Bot “a rubinetto”. Fu un’iniziale, significativa innovazione istituzionale per fronteggiare il crescente debito pubblico. Qualche anno prima il governatore Paolo Baffi aveva segnalato l’ipotesi di un diverso rapporto tra la banca centrale e il parlamento, per trovare in quest’ultimo la sede della legittimazione della prima.

La riforma del 1981 sarà seguita, nel 1992, dall’attribuzione alla Banca d’Italia dell’intero potere in materia di variazione del tasso di sconto e, poi, della riserva obbligatoria, alla quale sono soggette le banche. Carli, che da governatore pure aveva affermato essere atto di sedizione l’opporsi al finanziamento del Tesoro da parte della banca centrale, nel 1982 sostenne che un rifiuto avrebbe indotto probabilmente la classe politica a provvedere al contenimento del disavanzo, a vantaggio del finanziamento della produzione. Si costruiva così, lentamente, una costituzione monetaria che avrebbe trovato poi conferma nel Trattato di Maastricht, con la soppressione della possibilità del finanziamento monetario del Tesoro da parte delle Banche Centrali, quindi della Banca d’Italia, il cui capitale oggi un’assurda previsione di legge, che andrebbe modificata, prevede di trasferire allo Stato o a enti pubblici. Già nel 1983, tuttavia, il “divorzio” rischiò di regredire a una nuova forma di convivenza, perché il Tesoro fu costretto a richiedere alla Banca d’Italia un’anticipazione straordinaria – un istituto, questo, di carattere bellico – di ottomila miliardi di lire. Molti ne attribuirono la responsabilità al divorzio (che però beneficiava di un atteggiamento non negativo delle principali banche, quelle della cosiddetta cintura dei Bot).

Alla fine si riuscì a tenere la barra dritta: merito, innanzitutto, del professore bolognese. Prima come autorevolissimo esperto negli anni ’70, ma sempre ispirato da una visione da statista dell’economia e della finanza, che metteva al servizio del Paese le proprie doti intellettuali e morali, poi con alte responsabilità di governo, affrontate con forte passione civile, con il pathos (come avrebbe detto) di chi agisce con spirito di servizio, Andreatta aveva dato in quegli anni lontani un contributo fondamentale – oltre che al rinnovamento della politica economica fra shock petroliferi, problemi valutari, incipienti disavanzi e crisi delle imprese - all’ordinamento e al funzionamento del sistema bancario, della finanza, dei mercati. Ampio fu il campo di intervento: dall’avvio dell’operatività della Consob a un diverso metodo delle nomine bancarie per frenare la lottizzazione (fu promossa da Andreatta la “infornata” dei professori al vertice delle banche pubbliche); dalla gestione della vicenda Banco Ambrosiano-Ior con il rigore e l’autorevolezza che gli procurarono, avendo egli detto “pane al pane”, non pochi contrasti, alla difesa dell’autonomia della Banca d’Italia, all’impulso, anche come presidente dell’Arel, per la riforma della banca pubblica, per l’innovazione finanziaria.

Fu un’opera per far emergere con chiarezza il ruolo, le responsabilità e i limiti dell’intervento pubblico, le funzioni ineliminabili del mercato, le forze sane dell’imprenditoria e del lavoro capaci di sospingere la crescita, nella trasparenza, del Paese. Politica ed economia, distinte ma convergenti nelle finalità di risanamento e di sviluppo. Ebbe la fortuna, il professor Andreatta, di incontrare un interlocutore quale Carlo Azeglio Ciampi, del pari desideroso di rinnovare ordinamenti e politiche, con un approccio che non si soddisfaceva di microinnovazioni organizzative, ma mirava a sostanziali trasformazioni con una visione di grande lungimiranza.

Oggi, in un contesto enormemente diverso conseguito anche per merito di quei personaggi, gli anni della faticosa marcia iniziata nel 1981 ci parlano ancora: come straordinaria esperienza e come semi fecondi allora lanciati. Il risanamento del bilancio pubblico non è compiuto. Ma esistono i presupposti per conseguirlo in uno spirito di coesione e di verità, come sarebbe piaciuto ad Andreatta. La Banca d’Italia, nei decenni successivi, ha consolidato la sua autonomia e indipendenza (non separatezza); sconfiggendo l’inflazione e riorganizzando il sistema bancario, ha concorso, con il governo dell’epoca, a rendere possibile l’adesione dell’Italia all’euro.

Pubblicato su L"Unità del 13 febbraio

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