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Il pensionamento al veleno di Giancarlo Caselli

In principio fu la delega

Dagli anni del terrorismo, magistrati e politici si son scambiati troppo spesso i ruoli. Ecco l’origine dello squilibrio

di Davide Giacalone - 08 gennaio 2014

Il rapporto fra politica e giustizia s’è storto a partire da un tempo lontano e a causa di un eccesso di delega dal governante al magistrato. Estremamente interessanti e rilevanti le parole di Giancarlo Caselli, pronunciate in occasione del suo pensionamento. Afferma Caselli: “prima si affida alla magistratura una delega eccessiva (…) poi si dice che sono i magistrati a volere straripare”. Sottoscrivo (lo scrivo da venti anni). E condivido anche le materie della delega, cronologicamente elencate da Caselli: terrorismo, mafia, corruzione, ambiente. E’ un punto fondamentale, a partire dal quale diventa interessante articolare opinioni in dissenso. Con rispetto delle persone, ma anche delle idee. Altrui e proprie. Avverto il lettore che è pendente una querela di Caselli, contro di me. La discuteremo nella sede preposta. Per quel che mi riguarda non cambia nulla: né nella stima verso un magistrato serio, né nella diversità di opinioni.

Un’occasione per ribadire la stima è data dall’inchiesta su i No-Tav, da lui condotta. Ha chiarito che non c’è reato nell’opporsi a quelle opere, discutendone convenienza e correttezza, ma ha contestato il reato di terrorismo, per le azioni violente. Ha fatto bene. Che l’accusa sia fondata, o meno, lo decideranno i processi. La stima antica viene dagli anni delle inchieste sul terrorismo, e si solidifica nell’essere stato, quello di Caselli, il solo voto favorevole a Giovanni Falcone, espresso al Consiglio superiore della magistratura da un esponente di Magistratura democratica. Fine del violino.

Anche rievocando quei fatti, Caselli non ha calcato la mano nel ricordare che sia Falcone che Paolo Borsellino morirono dopo essere stati isolati dal resto dei magistrati. In particolare dalla procura di Palermo. E non ha neanche nominato l’inchiesta “mafia-appalti”, che subito dopo la morte di Borsellino e prima del suo arrivo a Palermo, fu smembrata e archiviata dal procuratore Pietro Giammanco. Qui siamo nel campo delle opinioni, più o meno fondate sullo studio dei fatti, talché sarebbe poco serio chiederne conto a Caselli relativamente al suo lavoro di procuratore. Non siamo in tribunale e le sue ricostruzioni non sono arringhe, ma, appunto, memorie e opinioni. Io resto convinto che la stagione stragista parte da quell’inchiesta e che il suo insabbiamento fu il vero oggetto di uno scambio. Mi colpisce che Caselli neanche la nomini.

Tanto più che, invece, lungamente s’intrattiene sul processo a Giulio Andreotti. E su quel che dice dissento. Sono cresciuto a Palermo. Non nutro dubbi sull’intreccio fra l’amministrazione pubblica e l’economia criminale, o, se si preferisce, fra politica e mafia. Non ne nutrii su molti uomini della corrente andreottiana. Non solo di quella corrente: Vito Ciancimino, mafioso, fu eletto sindaco da fanfaniano. Non solo di quel partito. Ma questo è un giudizio politico. Dice Caselli: il processo contro Andreotti lo abbiamo vinto, perché la cassazione ha riconosciuto che fino al 1980 era colluso. Non credo che la cosa possa funzionare così, perché un conto sono i giudizi politici, altro le sentenze, che, a loro volta, non sono prove per la storia, ma elementi che la compongono. In un processo qualsiasi cittadino entra e passa da presunto innocente, alla fine stabilendosi, con una condanna, se, invece, è colpevole. Andreotti non è stato condannato. Per il mio giudizio la cosa è ininfluente, ma per quello di giustizia è determinante. I due ambiti non vanno confusi. Falcone, del resto, finisce al ministero della giustizia proprio con il governo del “colluso”. Dite che non sapeva quel che stava facendo?

L’origine della sovrapposizione sta nell’eccesso di delega, operato legislativamente con il reato di “banda armata” e giurisprudenzialmente con quello di “concorso esterno in associazione di stampo mafioso”. Le riflessioni di Caselli sono preziose perché consentono di discutere senza (almeno da parte mia) dare all’altro del golpista o del mafioso. Dalla lotta contro il terrorismo in poi (anche a fin di bene) troppe carte e troppi uomini sono passati dalla magistratura alla politica e dalla politica alla magistratura. Questa è l’origine dello squilibrio, non riducibile solo al fastidio per il controllo di legalità. Che tutte le persone oneste sperano sia efficace, oltre che fastidioso.

In tale contesto l’antico sodalizio fra Caselli e Luciano Violante è rilevante. Il tema irrita molto Caselli. Credo che, specie dopo le vicende palermitane, gli repella l’essere considerato un braccio, laddove l’altro sarebbe la mente. Ha ragione, nel divincolarsi, le cose non stanno affatto in quel modo. E’ che i due, con ruoli diversi, sono stati la migliore incarnazione degli ideali fondativi di Magistratura democratica, che riteneva il ruolo del magistrato dovesse avere natura politica (non nel senso di partitica) e scopi sociali. E’ nella grandiosità e luminosità di quell’ideale, da Caselli ancora rivendicato, che sta, credo, la grandezza e visibilità del guaio.

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