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Public Policy

Ispirò le politiche liberiste degli anni Ottanta

In morte di Milton Friedman

Ma forse proprio oggi, è venuto il momento di dire che l’economia del Terzo Millennio

di Enrico Cisnetto - 17 novembre 2006

Di lui Paul Samuelson, premio Nobel per motivi opposti ai suoi, diceva agli studenti: “leggete e approfondite Friedman, senza le sue teorie liberiste vi mancherebbe un pezzo decisivo del pensiero economico moderno”. La morte di Milton Friedman – americano, 94 anni, Nobel per l’economia nel 1976, fondatore della scuola monetarista di Chicago – ci priva di un vero e proprio grillo parlante dell’economia, che nell’ultimo mezzo secolo ha ingaggiato una straordinaria partita con John Maynard Keynes – capostipite del pensiero lib-lab contro cui Friedman si è tenacemente battuto – per stabilire il record di influenza sulle scelte di governo dei più grandi paesi del mondo. Per esempio, Margaret Thatcher e Ronald Reagan orientarono gran parte delle loro scelte proprio sulla base dei dettami friedmaniani, inaugurando la stagione di privatizzazioni e liberalizzazioni che a partire dagli anni Ottanta ha tenuto banco nel mondo. Così come i cosiddetti Chicago Boys furono direttamente protagonisti di discussi interventi radicali – efficaci ma con pesanti conseguenze sociali – in alcuni paesi dell’America Latina, Cile in testa. Friedman, promuovendo un netto rifiuto verso qualsiasi intervento dello Stato nell’economia, propugnava il ritorno alle espressioni più classiche del libero mercato e della politica del laissez-faire, fino al punto da diventare protagonista di battaglie anti-proibizioniste come quelle relative alla depenalizzazione delle droghe. Il suo profondo scetticismo verso le istituzioni – intriso di anti-politica – lo aveva anche portato a criticare il processo d’integrazione europea, e in particolare la creazione della moneta unica. Antonio Martino, che in Italia è il suo più importante e migliore interprete, racconta di aver riferito ad Antonio Fazio l’apprezzamento di Friedman per la prudenza dimostrata verso l’euro, fino al punto da consigliare all’allora governatore della Banca d’Italia di “non buttare via stampi e sigilli delle vecchie banconote, perchè prima o poi la lira sarebbe tornata necessaria”. Naturalmente, questi sono i tratti più conosciuti ed evidenti del pensiero di Friedman, che d’altra parte dispensava attraverso libri molto divulgativi – tra i quali “Capitalismo e libertà”, “Liberi di scegliere” e “Due persone fortunate” sono stati i più gettonati – molti articoli di giornale e una seguitissima rubrica settimanale su Newsweek. Ma il professore di Chicago era anche uno studioso sofisticato. I suoi maggiori contributi alla teoria economica riguardano gli studi sulla teoria quantitativa della moneta, sulla teoria del consumo e sul ruolo e l’inefficacia della curva di Phillips nel lungo periodo. Le sue regole di politica monetaria, incentrata nel conseguimento del controllo della crescita della massa monetaria, sono state ampiamente utilizzate dalla Federal Reserve, e più recentemente anche dalla Bce. Inoltre Friedman ha messo i piedi nel piatto del capitalismo moderno, quello in cui i meccanismi finanziari predominano, con idee che ancora oggi sono oggetto di accesi dibattiti. Per esempio, rigettò la stakeholder view e la responsabilità sociale d’impresa – sia sul piano economico che su quello etico – sostenendo che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti, e che di conseguenza devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi. Agli occhi di Friedman, utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, pur se l’impresa ne è causa, significa fare della beneficenza con soldi altrui e tassarli senza dare un corrispondente servizio, violando il sacro principio del “no taxation without rapresentation”.
Idee “politicamente scorrette”, come si vede, che hanno fatto presa in Europa, e in Italia in particolare, con qualche forzatura e molte rappresentazioni macchietistiche. Da noi, per esempio, non tanto intorno al monetarismo quanto al liberismo “turbocapitalista”, si è creata una genia di professori, editorialisti e anche politici che hanno trasformato le idee di Friedman, o loro surrogati, in dogmi ideologici. Sono i “liberali scolastici”, le cui file sono state ingrossate da uomini della sinistra marxista che di fronte alla caduta del comunismo hanno scelto la strada del “bagno purificatore”: per far dimenticare di aver demonizzato il profitto ora esaltano il mercato come unico strumento regolatore degli interessi economici.
Certo, il fallimento delle politiche keynesiane spinte all’eccesso – quelle del deficit spending, magari all’italiana – hanno aperto la strada a teorie opposte, e chi meglio le ha sapute interpretare è stato proprio Milton Friedman. Ma, forse, proprio nel giorno della sua morte, è venuto il momento di dire che l’economia del Terzo Millennio, figlia della globalizzazione, della finanziarizzazione estrema e della rivoluzione tecnologica, quella che ha imposto al mondo l’asse inedito e straordinario tra Asia e Stati Uniti, richiede nuovi strumenti di lettura, interpretazione e guida. Probabilmente è venuto il momento, dopo aver buttato via Marx, di mettere nel frullatore tanto Keynes quanto Friedman, e di cavarci una scuola di “liberalismo pragmatico” capace di fare la sintesi di teorie che altrimenti rischiano di essere superate dalla storia.

Pubblicato sul Messaggero del 17 novembre 2006

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