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La rivelazioni di Bini-Smaghi

"In Grecia lo Stato non esiste"

Grecia. Italia. Fmi. Ue. L'ex membro italiano della Bce si leva diversi sassolini dalle scarpe

di Massimo Pittarello - 13 settembre 2013

A parlare idioma diverso dal proprio la lingua si scioglie e il politicamente corretto scompare. “In Grecia, semplicemente, lo Stato non esiste” sentenzia in inglese Lorenzo Bini-Smaghi durante un convegno sul ruolo del Fondo Monetario Internazionale nella crisi dell’Eurozona. “Gli interventi della troika hanno funzionato in Lettonia e Irlanda, mentre in Grecia no. Questo – secondo l’economista – perché Atene non ha implementato le politiche di aiuto. Senza offesa, ma quello che non ha nemmeno un catasto su cui basare un’imposta immobiliare è uno Stato in via di sviluppo”.

L’attuale presidente di Snam Rete Gas difende a spada tratta l’operato della Bce, soprattutto dalle accuse di un aver ritardato troppo ad intervenire in Grecia. La crisi del debito ellenico è scoppiata ufficialmente nel 2009, mentre i primi aiuti della troika sono arrivati solo a metà 2010. Un ritardo quantificato in centinaia di miliardi di euro proprio nel periodo in cui Bini-Smaghi sedeva nel board di Francoforte. “L’intervento della troika in Grecia ha salvato l’euro”, spiega l’economista “e da molte parti si chiede come mai questo non sia avvenuto prima; è facile parlare (“It’s easy to speak”, letteralmente..) quando non si devono prendere responsabilità, come molti fanno in Italia. Ma la verità è che nessuno aveva la minima esperienza in materia, se si escludono i due casi, del tutto eccezionali, di Giamaica e Uruguay”. Quindi, sostanzialmente, solo di fronte al pericolo di fine dell’euro la Bce di Trichet, di concerto con l’Fmi e l’Unione europea decisero di smettere di “prendere tempo e di intervenire”. Insomma, il ritardo non è stato causato dalla difficoltà di trovare una sintesi fra tutti i membri dell’eurozona, o di mettere d’accordo la Germania della Merkel con gli altri Paesi, come abbiamo creduto finora, bensì dal fatto che anche le istituzioni europee non sapessero cosa fare, o avessero paura di farlo.

E poi, a Bce e Ue, si è unito anche il Fondo Monetario Internazionale. “Dovrebbe essere indipendente – dice Bini-Smaghi – ma tutti sappiamo che sono i governi a dare indicazioni ai membri, come succedeva a me quando ero al Ministero (dell’Economia e delle Finanze, dove è stato dirigente generale della Direzione rapporti finanziari dal 1998 al 2005, ndr). E adesso – as a matter of fact, ripete due volte – la quota maggiore nel Fondo la possiedono gli Stati Uniti…”.

E come ci arrivato l’Fmi a intervenire nella crisi del debito? “E’ stata la Germania a volerlo. Una sorta di sceriffo esterno, osteggiato dagli altri Stati membri e dalla Bce, per due ragioni. Innanzitutto le risorse finanziarie a disposizione dell’Fmi avrebbero potuto non essere sufficienti. Ma, soprattutto, l’ingresso di un altro soggetto esterno avrebbe reso ancor più difficile il già complicato processo di costruzione europea”.

E per arrivare al tema dell’incontro, l’ex membro della Bce dice: “Dopo la crisi del 1997 del Sud-Est asiatico il ruolo dell’Fmi è cambiato. La maggior parte delle critiche sono dovute alle tante condizioni che il Fondo impone per un suo intervento. E probabilmente è vero. Ma senza regole e condizioni precise l’alternativa sono solo ulteriori prestiti”. Ed è questa seconda opzione che è diventata quella prevalente, anche perché gli accordi con gli Stati vengono siglati su base triennale, un tempo assolutamente insufficiente a risanare un’economia. “L’Fmi, se vuole contare qualcosa – sostiene Bini-Smaghi – dovrà prepararsi a mettere a disposizione ulteriori danari”. Altri aiuti? Con il rischio di perderli? “Nessuno vuole perdere i propri soldi, ma l’alternativa ad un’ulteriore concessione di prestiti ai Paesi in difficoltà è perdere la quota di finanziamento già versata per il fallimento dei Paesi debitori”.

Un Fmi flessibile, quindi, che sappia intervenire dove necessario. “Anche perché la crisi non esiste nel mondo. C’è in Europa, e all’interno dell’Europa, in Italia”. Dopo Bini-Smaghi è Mario Baldassarri a intervenire in un bellissimo inglese, dotato dell’espressività che solo l’accento italico può dare. “La crisi è esclusivamente degli Stati europei. E la pratica di svalutare la moneta in un momento di forte debito comincia ai tempi di Mosè. Ora che non possiamo più farlo ci ritroviamo in questa drammatica situazione. E poi l’euro è sopravvalutato”. Uno squilibrio che provoca facile facile un cortocircuito. “Con l’euro compriamo merci cinesi – prosegue Baldassarri – e con il surplus della bilancia commerciale poi i cinesi vengono qui a comprarsi pezzetti della nostra economia. Ecco come funziona”. E poi ci sono le riunioni intergovernative, come il G20, che “assomiglia alla mia riunione di condominio, in cui tutti parlano mentre dal tetto continua a piovere”. Quindi? Quindi nel 2030 l’economia cinese, da sola, varrà più di quella di tutto il G8. Ni Hao.

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