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Public Policy

La situazione in Medio Oriente si aggrava

In futuro mai più Nassiriya

Aumentano i timori per il nostro contingente in Libano. Golfo epicentro della crisi

di Elio Di Caprio - 24 novembre 2006

Mentre si addensano sempre più nuvole di tensione e inquietudine nel Medio Oriente a noi più vicino, dal Libano alla Striscia di Gaza, ricominciano – e non poteva essere diversamente in un Paese come l"Italia abituato a considerare la politica estera come una variante di quella interna - le polemiche sulla saggezza ed opportunità del nostro intervento militare in Libano. Per fare che e contro chi, con quali mezzi e con quali regole di ingaggio?
Finalmente questa volta ci sono stati tutti i crismi per intervenire volontariamente nel nuovo (?) focolaio di crisi : una chiara risoluzione dell"Onu, il benvenuto dei libanesi e quello ( con riserva) degli israeliani, un intervento che appare più europeo che filo americano. Basta questo a tranquillizzaci? Di dice che questa volta si tratta di un"operazione di pace, di semplice interposizione per evitare conflitti più sanguinosi nel vicino Mediterraneo. Siamo di nuovo diventati pacificatori e pacifisti dopo l"avventura della nostra spedizione “umanitaria”in Iraq? E" stato il centrosinistra di Prodi e D"Alema a voler ostentatamente far giocare il ruolo di primo della classe all"Italia per dimostrare che il nostro Paese non ha pregiudizi antiamericani, non si tira indietro quando si tratta di intervenire, con le opportune coperture internazionali, nei teatri di crisi.
Tutti buoni e zitti, nessun corteo oceanico contro i guerrafondai di casa nostra. Afghanistan e Libano non sono l"Iraq. Nessun contrasto con il dettato costituzionale secondo cui l"Italia ripudia la guerra. Ma vige ancora l" articolo 78 della Costituzione secondo cui “le camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Non si fa distinzione tra guerra preventiva e guerra difensiva.... Una contraddizione? Certo non si può parlare di guerra per le missioni in Iraq, o nel Libano, o in Afghanistan, trattandosi di interventi temporanei, di “missioni di pace” che però ci costringono a veri e propri interventi militari per ”preventivamente” evitare, assieme ad altri, che le crisi locali si aggravino a tal punto da generare conflitti più ampi.
Ma resta pur sempre il problema di quali operazioni militari accettare, per quali scopi e con quali rischi, senza farsi influenzare dai giochi politici interni di casa nostra. Invece continuano le polemiche di schieramento e le vecchie recriminazioni. L"intervento angloamericano in Iraq, come da più parti previsto, non solo si sta rivelando non risolutivo, ma ha aggravato i problemi dell"intera area : più instabilità, più terrorismo, maggiore odio antiamericano e antioccidentale, rischi crescenti di ulteriori confronti militari con altri Paesi del Golfo, come l"Iran. E la piccola Italia cosa può fare e cosa poteva fare, oltre a proporsi come pacificatrice, inviando a suo tempo un contingente militare in Iraq, non si sa quanto utile, ora ritirato? E" servito a qualcosa il nostro intervento oltre a testimoniare una grave divisione di politica estera proprio tra quei Paesi che ambiscono a dare un ruolo internazionale al nuovo soggetto dell"Europa Unita? E" questa la vera domanda che tutti dovremmo porci, al di là della gara a chi ha deciso prima il nostro ritiro da quel teatro di guerra, se il governo Prodi o quello Berlusconi. Nessuno si è mai coraggiosamente interrogato sulla vera contraddizione di aver inviato in Iraq un contingente militare con compiti ambigui, di pacificazione, ma al seguito di quella che viene considerata come un"invasione da tutti i popoli arabi e dagli iraniani. Per fortuna c"è stata una sola Nassiriya, ma avrebbero potuto essercene di più.
Speriamo che il futuro non ci riservi altre Nassiriye, in Libano o altrove. Adesso tocca al nostro contingente in Libano destreggiarsi in una situazione difficile che può diventare caotica da un momento all"altro : risponderemo con altre retoriche all"aggravarsi o all"allargarsi di quel conflitto? Come Paese mediterraneo siamo ovviamente più sensibili a quello che avviene in Libano o in Sira, che non in Iraq o in Afghanistan. La nostra presenza in Libano sembra perciò più digeribile.
Ma è nell"area del Golfo che si gioca la partita più grossa, tra gli USA posti a guardia del tesoro energetico dei Paesi ricchi di petrolio ed i terroristi che sperano di far saltare gli attuali equilibri strumentalizzando le inquietudini ed i rancori degli arabi “colonizzati”.
Prima o poi la piccola Italia e l"Europa tutta intera dovranno interrogarsi sul loro possibile ruolo e sui loro interessi in aree che sono vitali non solo per gli USA ma per l"intero Occidente. Fino a quando considereremo separatamente i vari punti di crisi dell" intero mosaico che va dal Medio Oriente ai Paesi del Golfo? L"”inferno” di Baghdad è a sole a poche centinaia di chilometri dal “paradiso” - almeno secondo i criteri occidentali - di Dubai e dell"Arabia Saudita ed è sempre più difficile uscirne. In mezzo c"è il deserto, ma il contagio e l"instabilità possono facilmente estendersi. Cosa faremo allora come Italia e come Europa? Manderemo altri contingenti di “pacificazione”?

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