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Mettiamo mano ad una riforma seria della giustizia

In Calabria è in gioco la sovranità

Lo Stato non ha scelta: o riafferma la propria autorità, con la forza del diritto, o si consegna al disfacimento

di Davide Giacalone - 09 gennaio 2010

Da Rosarno a Reggio Calabria ci sono 70 chilometri. Da una parte lo scoppio della rivolta, dall’altra i bomboloni e i petardi nei palazzi di giustizia. Da una parte e dall’altra uno Stato in affanno, nel cercare di recuperare la sovranità perduta. La vicinanza delle due scene è, probabilmente, un accidente, ma quel che accade è il non innocente frutto di un organismo sociale i cui anticorpi si sono assai indeboliti. Nell’uno e nell’altro caso si sarebbe dovuto reagire. Prima, però. Le cronache narrano di migliaia di clandestini, accampati in condizioni disumane, usati nei campi e taglieggiati dalla delinquenza locale. Come se sia normale avere carovane di clandestini. O sia normale che le organizzazioni criminali esercitino il controllo del territorio. Due facce di una medaglia, intitolata ad uno Stato che perde sovranità.

Abbiamo qui sostenuto, ripetutamente, due cose di banale ovvietà. La prima: i lavoratori stranieri sono ricchezza, anche per noi. La seconda: i clandestini non possono essere tollerati, vanno respinti o espulsi. Ci siamo sentiti definire razzisti, sol perché non intendiamo piegarci alla miseria morale dell’ipocrisia. Quindi, lo ripeto: uno Stato serio non tollera clandestini, semmai amministra l’afflusso d’immigrati. Gli italiani non sono razzisti, ma lasciare che l’irregolarità dilaghi, e resti impunita, è un modo per farceli diventare.

Chiunque si trovi sul nostro territorio nazionale, anche da clandestino, e viene preso a fucilate (sia pure ad aria compressa) deve essere curato e tutelato dalla legge, che deve impegnarsi nel trovare e punire i responsabili. Ma chiunque organizzi spedizioni punitive, mettendo a ferro e fuoco un paese, aggredendo una madre con due bambini, scorrazzando come se ci trovassimo in un film dell’orrore, va in galera.

E ci resta. Dopo di che lo si rispedisce a casa sua. Cos’è, fanno paura le parole chiare? Non è politicamente corretto esprimersi in questo modo? E’ politicamente suicida far finta di niente, ed è politicamente intollerabile che il Parlamento vari il reato di clandestinità (presente in tutti gli ordinamenti democratici) e non solo dei magistrati si permettano di sostenerne l’incostituzionalità, ma il solito coretto di falsi buonisti, teorici dell’accoglienza e praticanti dell’intolleranza, intoni l’inno in falsetto del razzismo al contrario.

Si doveva reagire prima, noi lo abbiamo fatto. Vedo che al Corriere della Sera si sono accorti che il problema esiste, e non è liquidabile con le formule da salotto. Bravi, noi ne scriviamo da anni. Ma, si sa, dei salotti non siamo (grazie al cielo) parte. In quanto a bomboloni e petardi, leggo che il capo della procura reggina, Giuseppe Pignatone, che fin qui aveva taciuto, la pensa in modo simile a quel che avevo scritto: chi ha agito, stando attento a non far vittime, sta dialogando con qualcuno, sta negoziando. Aggiunsi che il destinatario di quel messaggio si trova nei palazzi di giustizia, ed è ben ragionevole che Pignatone non possa spingersi a dirlo. Ma è così. Altrimenti quegli attentati sono pura demenza, e la ‘ndrangheta è criminale, pericolosa, sanguinaria, assetata di denaro, ma non demente.

Mi preoccupa, però, l’ipotesi che sembra farsi strada, tendente ad effettuare il sequestro dei beni non appena il giudice dell’udienza preliminare decide d’applicare l’aggravante mafiosa. Sembra cosa buona e giusta, perché mira a togliere ricchezza alle cosche, ma non è così. I sequestri cautelari sono già disciplinati dalla legge, e possono effettuarsi anche quando non c’è ipotesi di mafia. L’anticipazione, ed il suo successivo prolungarsi fino alla definitiva assoluzione dell’imputato, non sono la dimostrazione che lo Stato usa il pugno di ferro, ma che ha tribunali di latta.

La misura sarebbe da iscriversi nel vasto e deleterio filone dei provvedimenti emergenziali, solitamente tesi a rimediare, con strumenti impropri e controproducenti, oltre che liberticidi, al non funzionamento della giustizia. Se funzionasse, difatti, il sequestro cautelare precederebbe di poco la condanna definitiva e, quindi, la confisca. Senza bisogno di altro.

Questo è quel che si deve ottenere, non il proliferare di pezze e rattoppi. E si può, mettendo mano ad una riforma seria della giustizia. In quei 70 chilometri lo Stato non ha scelta: o riafferma la propria autorità, con la forza del diritto, o si consegna al disfacimento, accompagnato da esplosioni violente e cantilene inutili.

Pubblicato da Libero

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