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Così non si valorizza il made in Italy

Imprese, piccolo non è bello

Sei milioni d'aziende iscritte alle Camere di Commercio. Ma di dimensioni irrilevanti

di Enrico Cisnetto - 06 febbraio 2006

Un brindisi al declino più che allo sviluppo. L’applauso dei commentatori è stato unanime alla notizia fornita da Unioncamere che a fine 2005 è stato superato il tetto dei 6 milioni di aziende iscritte alle camere di commercio (ci sono altre 3 milioni di partite Iva che non sono conteggiate perché non operano come imprese), e che fotografa un Paese in cui il 27% della forza lavoro è imprenditore.

A un primo sguardo ben 421 mila nuove imprese nate lo scorso anno e un saldo positivo tra nascite e morti di persone giuridiche per oltre 80 mila (di cui il 40% sorte al Sud e il 30% guidate da un extracomunitario), farebbero pensare a un’Italia effervescente e produttiva, in crescita anche nelle zone più arretrate e ben integrata socialmente. Ma a leggere gli stessi numeri con un pizzico di sano pragmatismo, prevale la preoccupazione. Intanto perchè la vita media delle imprese, visto che solo nel 2005 ne sono morte 341 mila, è assai basso. E poi perchè, ed è un mito da sfatare, la crescita del numero totale delle imprese non rappresenta di per sé la certezza di crescita economica. Se fosse così, non si capirebbe perchè all’aumento esponenziale registrato negli ultimi anni è corrisposta una crescita zero o poco più del pil.

Ma, soprattutto, la tendenza all’aumento del numero delle imprese risulta nociva se si considera il cronico nanismo in termini di fatturato e di numero medio di addetti delle aziende italiane. Secondo l’ultimo censimento disponibile, ci sono solo 3,8 dipendenti per ciascuna azienda – numero che nel decennio precedente era di 4,4 – rimanendo ben al di sotto della media europea. E’ dunque dimostrato che un alto numero di nascite e decessi “brucia” risorse, impedendo di dirigerle verso le realtà più produttive e con maggiori potenzialità di sviluppo. Così i costi della cosiddetta “creazione distruttrice” non sono affiancati dai potenziali benefici in termini di produttività e occupazione. Sui 6 milioni totali di imprese, poi, oltre tre milioni e mezzo sono ditte individuali (partite Iva iscritte al registro delle imprese), create molto spesso solo per una migliore gestione fiscale personale, dai fatturati medi simili a quelli degli stipendi statali e in grado di generare un’occupazione pari a zero. Prosegue, per esempio, la netta sproporzione tra la quota di occupati italiani ed europei nelle imprese con meno di 50 addetti (75% nei servizi contro il 55% della media Ue e 55% nel manifatturiero contro il 35%). Purtroppo, quindi, la filosofia del “piccolo è bello” da noi continua a prevalere, e sia la politica che l’industria non sembrano intenzionate a invertirne la tendenza.

Da lungo tempo la politica industriale effettivamente praticata dai governi e dagli enti locali ha preferito investire nella creazione d’impresa, piuttosto che tutelare e incentivare i “campioni nazionali” e le “multinazionali tascabili”, quelle grandi e medie aziende in grado di sfruttare le opportunità dei mercati globali, valorizzando il made in Italy.

Si dice spesso, e giustamente, che l’operato di un buon governo dovrebbe essere misurato dal numero di leggi inutili che riesce ad eliminare; ebbene, anche una politica industriale potrebbe essere definita buona contando le imprese che crescono in dimensioni invece che il loro numero assoluto. Ma in entrambi i casi si resterebbe delusi. Pubblicato su Il Messaggero del 5 febbraio 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario