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Perché la carità sociale non convince

Impegniamoci nelle riforme da fare

Sostenere i consumi è illusorio, se non si sostiene il mercato e si riforma lo Stato

di Davide Giacalone - 26 novembre 2008

Aiutare i bisognosi è cosa buona e giusta, ma la carità statale non mi convince, neanche se la si chiama “bonus” o “social card”. Il ragionamento del governo non è sbagliato: se metto soldi nelle tasche di persone con redditi minimi li vedrò subito trasformarsi in consumi, che spingeranno il mercato. E dopo? Se li do una volta sola, ho risolto il Natale ma a Santo Stefano sono punto e a capo. Se diventano fissi, perdono valore ed aumentano il debito pubblico. Qui non si tratta di dividersi, scolasticamente, in fautori dell’intervento statale e difensori dell’integrità del mercato (due fazioni di visionari), ma di stabilire dove e come i soldi pubblici sono utili a far meglio.

Sostenere i consumi è illusorio, se non si sostiene il mercato. E prima di parlare di soldi da regalare meglio impegnarsi nelle riforme da fare. L’Italia è pietosamente improduttiva anche a causa di un sistema fiscale oneroso e farraginoso, che succhia tanti soldi e fa perdere un sacco di tempo. La pubblica amministrazione è il regno del tempo sprecato. La giustizia neanche sa cosa sia il tempo. Rivoluzionare questi settori fa risparmiare più di quanto costa. Il nostro mercato del lavoro è paludoso. I volenterosi scivolano sul terreno limaccioso, i giovani non si districano fra alghe appiccicose. Chi ha conquistato una palafitta, un privilegio, lo difende in danno altrui. Anche qui: riformare significa aumentare le occasioni di lavoro, rendere più ricche più persone. Certo, se i soldi corriamo a darli a quelli di Alitalia …

I soldi pubblici servono, eccome, ma avrebbero effetto migliore se dati come sostegno alla disoccupazione temporanea, che riguarda lavoratori non garantiti e certo non nababbi. Così, anche, s’incentiverebbe l’accettazione di lavori temporanei, perché inseriti in un quadro di relativa stabilità. E si metterebbe in moto la macchina che produce, non solo la mandibola che consuma. So bene che non ha senso fare i fenomeni standosene seduti davanti al computer, perché i problemi sono complessi e nessuno ha la bacchetta magica, ma il primo dovere della politica è quello di riformare lo Stato e liberare il mercato, senza imboccare quanti avranno meno motivo per darsi da fare. Sarà un riflesso condizionato, ma ogni volta che sento dire “sociale” corro a nascondere il portafogli.

Pubblicato su Libero di mercoledì 26 novembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario