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La Sapienza: un meschino episodio di barbarie

Impariamo dalla nostra storia

L’insegnamento universitario deve ritrovare la via della qualità e della meritocrazia

di Davide Giacalone - 28 maggio 2008

E’ grave, quel che è successo alla Sapienza. Non solo, e neanche tanto, perché gruppi d’estremisti si sono presi a mazzate, piuttosto perché le loro mani si muovono non coadiuvate dal cervello, in un’università che il rettorato non governa. Cominciamo dalla testa, quella universitaria: non è un errore, è una tragica dimostrazione d’insipienza l’autorizzare prima un convegno sulle Foibe ed il proibirlo poi “per ragioni di ordine pubblico”. Per quelle ragioni si chiama la polizia, non si cancellano gli appuntamenti. Alla Sapienza dovrebbero saperlo, dopo la figura meschina di un rettore che prima invita Ratzingher e poi si rimangia l’invito perché dei colleghi avevano da ridire sul processo a Galileo Galilei (1632!). La demenza si trovava in cattedra, perché nessun processo come quello consegna la certezza che il torto stesse dalla parte degli accusatori e del tribunale pontificio.

I giovani della destra vogliono parlare delle Foibe? Benissimo, l’università ne parli. Furono un crimine contro l’umanità e contro degli innocenti, gettati vivi in fosse naturali dalle milizie rosse di Tito. Ma anziché contribuire a che le ossa di quei poveri morti siano ancora utilizzate come oggetti contundenti, il compito dell’università dovrebbe essere quello di aiutare a capire. Che non è mai giustificare, ma capire. Gli italiani, fascisti, si comportarono da sterminatori della popolazione slava (il libro di Alessandra Kersevan potrebbe anche essere letto, commentato, criticato, come se fosse un’università, insomma), ed i partigiani titini approfittarono del clima bellico per una vendetta altrettanto etnica. Se ne parli, affinché la storia sia diversa dalla mitologia e la cultura aiuti a conoscere la realtà senza trasfigurarla secondo le tifoserie troglodite.

I giovani della destra vogliono parlarne solo per dire che i comunisti di Tito furono dei carnefici proprio in quanto comunisti? Si dia loro l’aula, si garantisca la loro sicurezza, ma s’insegni la storia per quella che è, senza dare la sensazione che quella pagina debba solo essere nascosta e taciuta. Se i professori della Sapienza non sono in grado di reggere questo confronto culturale vuol dire che la cattedra è l’ultimo posto dove dovrebbero stare.

Vale per le Foibe e vale per tutto, anche per il lavoro condotto da Giampaolo Pansa sulle vendette personali e gli eccidi perpetrati dai partigiani nel corso della guerra civile italiana. Non si tratta di sminuire il contributo che i partigiani diedero alla Liberazione ed alla cacciata tanto del regime fascista quanto dell’occupazione nazista, ma di chiarire che quella fu una guerra civile, appunto, e che la vittoria della democrazia e della libertà fu assicurato dalle truppe anglo americane, il che, dopo Yalta, ci consentì di trovarci dalla parte buona del mondo. La stessa fortuna non ebbero a Praga o a Budapest, e pagarono con il sangue. (A proposito, da uno dei libri di Pansa, “Il sangue dei vinti”, è stato tratto un film. Pare ci siano molti problemi a distribuirlo nelle sale, segno che quel che è accaduto alla Sapienza ha un’eco profonda in un Paese ancora incapace di guardare se stesso e la propria storia).

Sta di fatto che, dopo essersi sentiti negare la possibilità di tenere il convegno, i giovani di destra abbiano affisso dei manifesti di protesta. E qui la demenza si eleva al quadrato, perché entrano in scena quelli della sinistra, che avevano protestato ed ottenuto il diniego, e vanno a strappare e coprire quei manifesti. Tali antifascisti immaginari forse non lo sanno, ma il negare la parola a chi la pensa diversamente fu uno dei tratti caratterizzanti del fascismo, come di ogni dittatura. Si sono comportati da fascisti, insomma. E mentre le loro mani s’affannavano a far scomparire la manifestazione di un pensiero, la loro mente neanche prevedeva l’ipotesi di potere pensare. Perché se lo avessero fatto si sarebbero accorti che il capo politico della destra, un signore che militò nel Movimento Sociale Italiano e fu seguace di Almirante, Fini, non solo è andato davanti alla fiamma che ricorda le vittime dell’Olocausto, ma si è spinto a dire una cosa incontrovertibilmente giusta: le leggi razziali, fasciste, furono il male assoluto.

Ed ancora in queste ore definisce “vergognose” le parole di quello che fu il suo maestro. Se avessero pensato avrebbero tenuto in conto che il nuovo sindaco di Roma, Alemanno, anche lui con un passato da fascista, è andato subito a rendere omaggio alle Fosse Ardeatine, dove giacciono eroi dell’antifascismo e poveri disgraziati decimati per rappresaglia, il tutto con l’allora entusiastico consenso del fascismo ridotto a Salò, dove si trovava il futuro capo di Fini ed Alemanno. Se avessero pensato, insomma, si sarebbero accorti che non hanno vinto loro, incapaci di capire, ma ha vinto la Repubblica, la Costituzione, le scuole di libertà. Vinsero allora, grazie all’aiuto delle truppe alleate, ed hanno continuato a vincere, facendo tornare nell’ambito della libertà quegli avversari che per tanto tempo furono nostalgici degli sconfitti.

Quelle teste di rapa, insomma, si sono mostrati identici ai loro docenti: fermamente determinati a danneggiare la parte migliore del nostro mondo. Il fatto che s’incontrino alla Sapienza è più che sufficiente per chiedere che l’insegnamento universitario ritrovi la via della qualità, della competizione e della meritocrazia, in modo che tali docenti e tali discenti occupino permanentemente le aule di un’istituzione che non vale una cicca. Da qui il discorso ci porterebbe altrove e lontano. Per adesso serve esprimere il più vivo rammarico. Non per le mazzate che si sono date, ma per il fatto che tutti gli altri studenti siano costretti a frequentare quegli stessi corsi.

www.davidegiacalone.it

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