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Attenti a non buttare al macero la democrazia

Impariamo dal caso greco

Il salvagente non è un regalo, è un prestito

di Davide Giacalone - 11 maggio 2010

Quello italiano è l’unico governo europeo che vince le elezioni. Ciò non modifica il quadro complessivo: l’Europa è giunta ai giorni più difficili della sua storia recente, iniziata dal crollo del muro di Berlino (1989), con governi deboli e incapaci di spiegare ai cittadini quel che la crisi significa, quel che quella rottura storica, con la fine della guerra fredda e lo scatenarsi della globalizzazione, porta con sé.

Silvio Berlusconi è l’unico leader europeo che, dal giorno in cui ha insediato l’ultimo governo, non è stato bocciato dalle urne. E’ lecito ritenere che ciò dipenda dall’azione di governo e dall’immutata fiducia degli elettori, ma credo che questa sia una versione troppo di comodo. Più convincente quest’altra: l’opposizione non si è concentrata, come altrove, sulla crisi e sui suoi effetti, ma ha preferito continuare una dissennata e masochista campagna personale contro il capo del governo, andando a rimorchio di chi lo vuole in galera, al manicomio o, comunque, fuori dalla vita civile.

Berlusconi ha ben compreso la debolezza di una simile impostazione e, quindi, l’ha accettata come terreno di scontro, sottraendosi alla sorte degli altri suoi colleghi. Tutto ciò depone largamente a sfavore della sinistra, ma non per questo rende più capace il governo, continuamente alle prese con problemi non risolti, da lustri, con un’infetta rottura interna alla coalizione e con le dimissioni di un ministro, date nel modo peggiore, con motivazioni inimmaginabilmente sbagliate e pessima premessa per il futuro.

Nonostante il governo sia elettoralmente invitto, continuano ad essere segnalate manovre per dar vinta a governi denominati “di salute pubblica”. Fioriture spontanee, un po’ come quelle margherite frondose, il cui seme è giunto con il vento, che attecchiscono nei vasi altrimenti coltivati a gelsomino: si può guardarle con tenerezza, oppure considerarle per quel che sono, abusive. Dietro tutte le chiacchiere dei governi tecnici, o “del Presidente”, o simili c’è una teoria che recita: una cosa sono i risultati elettorali, dovuti alla suggestionabilità dei cittadini, altra il serio governo del Paese, che non si piega a suggestioni e richiede mano ferma. Teoria interessante e ricorrente, seguendo la quale, però, si butta al macero la democrazia.

Assai più saggio fare i conti con la realtà, senza sperare che questa si pieghi ai comodi di qualche presunto statista, che ritiene d’essere tale a dispetto del diverso parere di chi non lo vota. I governi europei, deboli e spaventati dalle sorti elettorali dei rispettivi titolari, sono dovuti correre a prendere provvedimenti dopo che i mercati avevo mandato un messaggio ineludibile: i vostri tempi sono troppo lenti, più ne perdete più il differenziale dei tassi cresce, più vi costerà porre rimedio all’inerzia. Fra sabato e domenica, a mercati finalmente chiusi (se potessero, li chiuderebbero per un mese) le scelte sono state fatte, predisponendo un fondo di garanzia per evitare di far ballare il sirtaki a tutta l’Europa. Quando i mercati si sono svegliati hanno festeggiato. Ma che significa, quella scelta?

Ciascun Paese nell’area dell’euro è tenuto al rispetto di determinate compatibilità economiche, i celebri parametri. Fin qui li si sono sforati a piacimento, con qualche mugugno della commissione europea, ma senza conseguenze. I greci hanno dimostrato, sulla loro pelle, che le cose possono andare diversamente, che un Paese dell’euro può andare in bancarotta e che le conseguenze sono improvvise e drammatiche. Il salvagente non è un regalo, è un prestito. Sicché il governo in questione si trova a subire due controlli: quelli dei parametri e quelli del creditore. Alla fine, quindi, i governi europei contano di meno, senza che sia ancora nata un’autorità europea che risponda ai criteri della democratica rappresentanza. Questo è il passaggio storico cui siamo giunti.

I governi che perdono le elezioni sono quelli che non riescono a spiegare ai propri cittadini il mutato scenario, non hanno il coraggio di chiamarli alle nuove condizioni e, per questo, rischiano di far perdere loro le nuove occasioni. Cercare di blandire gli abitanti del Nordreno-Westfalia, dicendo che i soldi delle loro tasse non sarebbero andati a quei dissipatori bugiardi dei greci, è stata un’inutile viltà. Tanto sarebbe valso, almeno, dire la verità: aiuteremo la Grecia, ma non gratis. E vale lo stesso per il paisan francese o il farmer inglese, come vale l’italico villan e per tutti i cittadini delle periferie europee, cui deve essere chiaro che senza unione e senza crescita economica toccherà loro passare dall’essere i consumatori più ricchi del pianeta al declino con profondi disturbi sociali.

Perdono, allora, i governi che non sono capaci di mettere in discussione il costoso modello di welfare state, cercando di salvarne la parte buona e mollando quella clientelare e burocratica, mentre non perde chi riesce, grazie agli avversari, a parlare d’altro. Ai tanti che sanno solo parlare della miseria della nostra politica nazionale, ciechi e provinciali al punto di crederci eccezioni mondiali, segnalo che il problema è più vasto e che, comunque, al momento il nostro è l’unico governo non sconfitto. Posto che parlare di democrazia senza tenere conto degli elettori è un po’ come dedicarsi al sesso senza farlo sapere a nessuno, quindi da soli, sarà bene tenerne conto.

Pubblicato da Libero

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