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La fabbrica ci Bruto non chiude mai…

Illegittimo impantanamento

Per cambiare rotta occorre dedicarsi al timone, non solo alle cucine

di Davide Giacalone - 20 aprile 2010

Gli scontri all’interno delle coalizioni, da ultimo quello fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, e l’ennesimo rinvio alla Corte Costituzionale della legge sul legittimo impedimento, rimettendo in discussione lo scudo che difende il capo del governo dalle sentenze giudiziarie, hanno una cosa in comune: l’incapacità di andare avanti. La fabbrica dei Bruto non chiude mai, la ricerca del busillis con cui portare a condanna il governante è sempre attiva, ma Cesare non cade, né trafitto né sconfitto. Noi tutti, però, viviamo un tempo immobile, nel quale si ripete sempre la stessa scena.

La nostra giustizia resta la peggiore del mondo civile, con l’aggravante di raggiungere il massimo d’incapacità e inefficienza proprio nelle zone del Sud dove la delinquenza organizzata contende allo Stato la sovranità.

Ma, nel tempo immobile, questo è divenuto un tema ricorrente, di cui si discute senza avere l’ambizione di risolverlo. Oppure si divaga, intrattenendoci sul ruolo della pubblicistica e della filmografia, immaginando di avere da una parte i coraggiosi oppositori del crimine e, dall’altra, i custodi del buon nome nazionale. Ma se si fanno proposte concrete e immediate, miranti a tirarci fuori dal pantano, si trovano oppositori fra gli uni e fra gli altri. In fondo, la conservazione del mondo attuale coincide con la conservazione del loro ruolo e posto. C’è da capirli, sebbene non da apprezzarli.

Fra qualche mese torneremo in emergenza. La Consulta prenderà in esame gli odierni ricorsi e, se non farà decadere le leggi, di sicuro non le renderà più forti, magari considerandole temporanee, transitorie, un ponte di diciotto mesi al termine del quale dovrà trovarsi una disciplina ragionevole. Ma quel tempo si sarà in gran parte consumato, quindi tornerà l’urgenza di porre rimedio. Così, ancora una volta, assisteremo al sempre uguale scontro di due torti, con il popolo chiamato a parteggiare. D’un lato i fautori del caviale, dal canto opposto i sostenitori del salmone, nel mezzo una plebe vociante, che prende parte pur restando a digiuno. Avvincente.

Il miracolo è che si regga, in una simile condizione. La iattura è che si sia potuta diffondere tanta pochezza politica, in virtù della quale si avvicendano i soggetti e i partiti che sono pronti a scommettere sull’imminente caduta di Berlusconi, magari trascinato nella rovina e non più capace di parlare ai cittadini, salvo, la mattina successiva, consideralo praticamente imbattibile, nonché unico intestatario del dialogo con l’elettorato (compreso quello di sinistra, che sta assieme grazie al desiderio di negarlo).

Noi, qui, abbiamo ripetutamente ragionato sulle debolezze strutturali della mai nata seconda Repubblica, ma la scena suggerisce qualche cosa di più: il tramonto della rappresentanza politica. Detto in modo diverso: molti dei presunti protagonisti non rappresentano più neanche se stessi, tanto è vero che sono periodicamente indotti a negarsi per riproporsi. Mi ha colpito l’analisi svolta da Edoardo Narduzzi (in “Ciascuno per sé”, Marsilio) che, partendo dall’esame della crisi e la valutazione delle compatibilità di bilancio, porta a compimento il suo ragionamento dicendo che Berlusconi è divenuto l’unico interprete di un bisogno profondo dell’elettorato: essere rassicurato e avere a disposizione uno Stato low cost, che garantisca prestazioni leggere e prometta di non frugare troppo nelle tasche dei cittadini.

In tal senso, sostiene Narduzzi, la formula berlusconiana è l’anticipazione di un fenomeno europeo, o, se si preferisce, la declinazione italiana di un prodotto politico destinato ad affermarsi su scala continentale. Tesi che va presa sul serio, se non altro per l’imponente mole di dati e riflessioni a supporto, ma che, ancora una volta, si regge sul presupposto che gli altri, gli oppositori esterni e quelli interni, siano sostanzialmente degli incapaci.

E lo sono, perché parlano ad un mondo che non esiste, rappresentandone uno che sarebbe bene scomparisse. Torniamo al nodo giustizia: se avessero sale in zucca si rifiuterebbero di tornare a baccagliare attorno ai procedimenti che riguardano uno solo e solleverebbero il problema della giustizia negata a tutti. Se lo facessero dimostrerebbero di avere l’ambizione di vincere sul piano politico, smentendo la più che fondata impressione che preferiscano salire sul podio solo grazie all’eliminazione fisica dell’avversario.

In quel modo, oltre tutto, si libererebbero dall’abbraccio mortale delle corporazioni togate, che approfittano del caos per non vedere messi in discussione i propri privilegi, compreso quello d’essere pagati senza dover rispondere del lavoro fatto. Non ci riescono, non ne sono capaci.

Ma quanto tempo ancora possiamo resistere in una pantomima con gran gestualità e punta concludenza? Lo scorrere del calendario, il fluire indisturbato dei problemi, non ci consegnano un’Italia serena, magari perché intontita, ma scontri sempre più rabbiosi, contrapposizioni progressivamente più aggressive, tutte incentrate su personalismi e dimentiche della concreta realtà.

Non fa paura l’ipotesi che possa esserci un democratico regolamento dei conti, ed è dalla metà dell’anno scorso che abbiamo preso in considerazione l’ipotesi d’elezioni anticipate. Fa paura l’idea che si possa andare avanti così, senza riformare, senza cambiare, inseguendo i problemi e galleggiando sui mercati. Si può cambiare rotta, ma occorre dedicarsi al timone, non solo alle cucine.

Pubblicato da Libero

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