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Il debito pubblico “sommerso” delle P. A.

Il volto dei “cattivi pagatori”

Bastano tre semplici mosse per ridare respiro al sistema industriale italiano

di Enrico Cisnetto - 29 giugno 2008

Il debito pubblico italiano ha toccato, secondo i dati della Banca d’Italia riferiti a marzo, la spaventosa cifra di 1.646,7 miliardi di euro, uno stock da record storico. Eppure non è tutto. Infatti, c’è un altro debito pubblico, sommerso, di cui nessuno parla e che sfugge a qualunque statistica. E’ quello dei mancati pagamenti delle amministrazioni, centrali e decentrate, nei confronti dei fornitori privati. Un fenomeno, quello dello Stato cattivo pagatore, che dura da anni, ma che ora ha assunto dimensioni colossali. Nonostante sia difficile avere dati precisi, uno studio riservato della Confindustria rivela che le amministrazioni pubbliche hanno ritardi medi di 138 giorni nel pagamento dei suoi fornitori, un dato più che doppio rispetto alla media Ue (68 giorni) e mostruoso se paragonato a quello dei paesi continentali più virtuosi (36 giorni in Danimarca, per esempio) e distante anni luce da quello americano (30 giorni per legge). Peggio di noi solo il Portogallo, con ritardi medi di 155 giorni. I “cattivi pagatori”, in Italia, sono soprattutto le Asl (tempi medi di 321 giorni), e le amministrazioni del Sud (240 giorni).

Difficile stimare con precisione il danno economico che questa morosità provoca alle aziende: sicuramente qualche decina di miliardi di euro all’anno (due miliardi solo per quanto riguarda le imprese di servizi innovativi), ma è sicuramente una stima per difetto e non calcola “l’indotto” di questo buco spaventoso, che si trasmette a catena da impresa a impresa e da qui alle famiglie, dato che chi non viene pagato dalla p.a. ritarderà a sua volta i pagamenti ai fornitori e ai lavoratori. Un volano negativo, insomma, che penalizza l’intera economia nazionale, e in particolare le piccole e medie imprese, quelle che già fanno fatica ad avere accesso al credito, e quelle che producono servizi, dove l’80% dei costi non è differibile in quanto rappresentato dal costo del lavoro.

Che fare, dunque, con questo debito strisciante, ancora più nocivo di quello ufficiale? Sul piano legislativo, in questi anni sono state introdotte norme a tutela del fornitore-creditore, che però non hanno raggiunto l’obiettivo di evitare dilazioni di pagamento bibliche. Serve quindi correre ai ripari con misure più drastiche.

Occorre, innanzitutto, istituire un limite temporale tassativo a questi ritardi, come negli Usa, violato il quale le amministrazioni pubbliche dovranno pagare una forte penale. Secondo, serve responsabilizzare i dirigenti pubblici, sui quali ricadranno provvedimenti di censura per i mancati pagamenti e di coinvolgimento pecuniario in caso di penali. Terzo, si può pensare di utilizzare i titoli di Stato per ripagare almeno la parte pregressa del debito nei confronti dei fornitori. In questo modo, tramite Btp e Cct, si solleverebbero molte imprese dalla possibilità (purtroppo non molto remota) di dover chiudere bottega a causa dei mancati introiti, e azzerando il pregresso si aprirebbe la strada alle nuove regole. Sono tre mosse semplici che il sistema industriale italiano attende da tempo, e che potrebbero essere fatte proprie dal governo in carica. In particolare dal ministro Brunetta, che sta dando prova di grande attivismo e non si stanca di sottolineare che il suo obiettivo è quello di soddisfare i suoi clienti finali, i cittadini. Ecco l’occasione giusta.

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