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Il Papa a Lampedusa

Il viaggio dell'accoglienza

Dall'isola Bergoglio prova a rendere più solido lo sbarco della cattolicità in Africa, non quello dei migranti in Italia

di Davide Giacalone - 08 luglio 2013

Il papa sbarca a Lampedusa. Il sistema dell’informazione lo segue con rispetto (anche del business che i pontefici sono in grado di generare) e curiosità, sperando dica qualche cosa capace di reggere il titolo. La politica lo segue con speranza e timore. La speranza è alimentata da quanti sono più distanti dalla chiesa, ma godrebbero non poco se un appello all’apertura delle frontiere giungesse dal soglio che, per quella specifica circostanza, verrebbe riconosciuto come alto e insindacabile. Il timore, invece, pervade quanti ci tengono a dirsi suoi seguaci e accreditarsi quale suoi strumenti nella vita civile, salvo attendersi quanto sperano i primi, tremandone. Osservo la scena da incredulo e immagino si sbaglino entrambe. Credono che il papa parlerà di loro e dei loro problemi, egli, invece, ne ha di ordine del tutto diverso.

Andare a Lambedusa ha un valore simbolico enorme. Ma i simboli non sono univoci e si tratterà di stabilire se, guardando al mare che ci divide dall’Africa Francesco parlerà di ciò che ha davanti o di quel che gli sta alle spalle. Propendo per la prima cosa. Certo, quello è il punto d’approdo dei migranti. Certo, il papa fa il papa, sicché non può non ricordare che siamo tutti eguali nei diritti umani e fratelli nell’origine. Lo pensiamo in tanti, del resto. Ma dove sta scritto che la buona sorte consiste nell’emigrare e nell’accogliere indiscriminatamente i migranti? Il pontefice, d’altro canto, è il capo di uno Stato le cui frontiere non sono affatto aperte. Né ha intenzione di aprirle. No, non è di questo che si parlerà, a Lampedusa. Pronti a profittare o pronti a subire che siano, non è dei politici italiani ed europei che Bergoglio parlerà. E semmai ricorderà d’essere discendente di migranti avrà, lui, ben chiaro in mente che quell’emigrazione andò verso quel che era povero per farlo ricco e non verso quel che era ricco per prendersene una parte.

Dopo Obama, primo presidente Usa non eurocentrico, con Francesco abbiamo il primo papa nella stessa condizione. Dopo molti pontefici allevati nella curia romana e nelle vicende italiane, dopo l’esplosione politica del papa polacco, ora il Vaticano è guidato da chi non ha l’Europa in cima ai propri pensieri. Ed è in questa chiave che leggo le recenti vicende legate allo Ior. Non si tratta di moralizzazione, o altra robetta temporale di tal fatta, ma di convenienza: per alimentare le chiese del silenzio, per avere una diplomazia operativa in tempi di guerra fredda, serviva anche uno strumento finanziario come lo Ior di allora. Degenerazioni a parte, svolse bene la sua funzione, che non fu affatto secondaria nel provocare il crollo dell’impero comunista. Oggi la partita è diversa. In America latina il problema è la forza espansiva, e anche economica, delle chiese protestanti. Al sud come al nord, nel nuovo continente, dilagano le sette dei telepredicatori. In Africa e nel mondo arabo il problema non è la forza islamica, ma quella del fondamentalismo, che si accredita come fede totale, capace di guidare la vita e ottunderne le paure, fino a considerare buona la morte. In questo mondo gli intrallazzi dello Ior non sono un modo per procurarsi quattrini e farli avere dove servono, ma per corrompere la forza della fede. Sono un ostacolo, non uno strumento utile, sebbene opaco.

Da Lampedusa Bergoglio prova a rendere più solido lo sbarco della cattolicità in Africa, non quello dei migranti in Italia. Sarà equivocato da chi non sa ragionare altro che di sé, immaginandosi centro del mondo (stato mentale che presuppone rincretinimento, nei singoli come nelle collettività). Noi europei abbiamo buone leggi per regolare accoglienza e transito dei rifugiati. Non abbiamo strumenti adatti a fronteggiare le ondate dei clandestini, perché i respingimenti ci ripugnano e l’accoglienza è impossibile. Abbiamo forze politiche che si buttano da una parte o dall’altra, per propaganda e insipienza. Il viaggio papale può servire a evidenziare la dimensione continentale e non isolana del problema. Ma, più di tutto, dimostrerà che se il continente non saprà pensare globale avrà nel rattrappimento (culturale prima che economico ed economico dopo che culturale) il proprio imminente destino.

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