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A rivelarlo uno studio riservato dell’Opec

Il vero profitto dell’oro nero

Il boom del petrolio arricchisce i produttori ma ancor di più le casse dei paesi importatori

di Enrico Cisnetto - 09 giugno 2008

Sorpresa: se davvero s’intende colpire chi ha realizzato extraprofitti da “oro nero”, non c’è bisogno di andare in cerca dei “petrolieri cattivi”, il nemico più vicino di quanto non si pensi. Basterebbe gettare uno sguardo alle tabelle di uno studio riservato dell’Opec per vedere chiaramente che a stra-guadagnare dal boom del petrolio sono, come è ovvio, i produttori, ma soprattutto e in misura superiore – e questo è molto meno ovvio – gli erari dei paesi importatori e consumatori. Secondo i dati dell’istituto con sede a Vienna, infatti, tutti i produttori hanno realizzato nel periodo 2002-2006 un giro d’affari di 2.045 miliardi di dollari, mentre, nello stesso quinquennio, i soli paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) hanno realizzato, con la tassazione dei prodotti petroliferi, ben 2.310 miliardi di dollari.

Facendo una media annuale, si scopre che i membri dell’Opec hanno ricavato dalla vendita dell’oro nero circa 410 miliardi di dollari all’anno, mentre i “poveri” importatori hanno avuto un introito fiscale di 460 miliardi (50 miliardi secchi in più). Con una distinzione: che, mentre il gettito fiscale del G7 è puro profitto, le entrate dei paesi produttori sono comprensive dei costi di scoperta, di produzione e di trasporto del petrolio (e non è poca cosa). Infatti, il margine industriale – che include il trasporto, l’assicurazione e altri costi vari – dal 2002 al 2006 si è fortemente ridotto in tutti i paesi consumatori, e in Italia si è quasi dimezzato. Altro che extra-profitti delle società che raffinano il greggio e ci vendono benzina e gasolio.

Naturalmente, all’interno del gruppo del G7 il livello di tassazione tra i vari paesi è molto diverso: si va dal regime “leggero” degli Usa (il governo intasca un’accisa del 26%) al picco del 55% della Gran Bretagna, passando per l’Italia e la Francia che con un’accisa del 53% stanno a centro classifica. Londra, così, incassa ogni anno di tasse 1,7 volte quello che le sue compagnie spendono per comprare il petrolio. E il fisco italico, da quando il costo del barile è raddoppiato ha altrettanto moltiplicato per due gli introiti alla voce accise, e non è un caso che prima Bersani e ora Scajola abbiano lavorato intorno alla possibilità di congelare, o quantomeno parzialmente sterilizzare, questa imposta progressiva sul potere di acquisto degli italiani, che colpisce tutti in egual misura, ricchi e poveri.

E’ dunque lì, tra i gestori delle casse degli stati, che si nasconde Giovanni Senza Terra, quel re cattivo che – come narra la tradizione sassone di Robin Hood – affamava il popolo con tasse troppo esose. Forse bisognerebbe che i governi dei paesi consumatori prendessero il coraggio a due mani e dicessero apertamente ai propri cittadini che sono proprio loro ad aver beneficiato del greggio a 140 dollari al barile, peraltro senza che questo nuovo choc petrolifero abbia portato – almeno finora – inflazione, recessione e disoccupazione, come fu negli anni Settanta. E sarebbe anche opportuno che questi stessi paesi si riunissero – in queste ore lo hanno fatto gli Usa e le quattro potenze economiche asiatiche a Aomori – per trovare una linea comune con cui confrontarsi con quelli produttori, perchè non conviene a nessuno, erari occidentali compresi, scherzare con il fuoco della benzina.

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