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E' questione di... gerontocrazia

Il vecchio che avanza

Quanti lustri dovremo ancora attendere prima di assistere a un vero ricambio di classe dirigente?

di Marco Scotti - 03 marzo 2011

1936, 1935, 1952, 1953. No, non sto dando i numeri vincenti di qualche lotteria o concorso a premi, ma semplicemente elencando le date di nascita dei protagonisti degli scontri più accesi dell’ultimo periodo in campo politico ed economico. La prima data è quella di nascita di Silvio Berlusconi, attuale presidente del Consiglio, sceso in campo nel 1994; la seconda è quella di Cesare Geronzi, presidente di Generali; la terza è quella di Gian Franco Fini, acerrimo oppositore del Cavaliere; la quarta di Diego Della Valle, patron di Tod’s desideroso di destituire Geronzi dai suoi incarichi in Rcs.

Senza addentrarsi per l’ennesima volta nella natura di questi scontri, che campeggiano sulle prime pagine dei giornali già da troppo tempo, è però doveroso notare come in Italia vi sia un invecchiamento della classe dirigente che è quantomeno preoccupante. Che un uomo di 75 o 76 anni sia visto come “vecchio” sarebbe normale se non fosse che a definirlo in questo modo sia chi di anni ne ha una sessantina, e rivendica per sé il ruolo di “volto nuovo” della politica o dell’economia.

Questo significa che in Italia, diciamo per una persona laureata nei tempi e che abbia iniziato a lavorare subito dopo la proclamazione, vi sono circa trent’anni di “gavetta” per arrivare a ricoprire i ruoli apicali, politici o economici che siano. Fa poi sorridere leggere le dichiarazioni di Della Valle – uno che è stato allattato in seno alla classe dirigente, visto che la Tod’s, azienda di famiglia, è stata creata e resa grande dal padre – in cui sostiene di rappresentare la discontinuità con il passato. E in che modo lo farebbe? Non è dato sapere.

E negli altri paesi? Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama festeggerà 50 anni quest’anno: ha quindi 25 anni meno di Berlusconi e 36 meno di Napolitano. David Cameron ne farà 45, i conti sono presto fatti: 30 anni meno di Berlusconi e 41 meno di Napolitano. La Merkel, la più anzianotta dei leader europei, è nata nel 1954. E ancora, Sarkozy è del 1955 e Zapatero è del 1960. Tutti più giovani di almeno vent’anni rispetto ai due Presidenti italiani.

Ma è con l’economia e con i nuovi “ricchi” che il confronto è impietoso. Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google, sono entrambi del 1973; Mark Zuckerberg, ideatore di Facebook, è addirittura del 1984. Serve aggiungere altro?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario