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Liberazione femminile? No, solo imposizione sociale

Il valore dei simboli di costume

Sotto il velo islamico si celano ipocrisie e tanta ignoranza

di Davide Giacalone - 03 giugno 2009

Sotto il velo islamico si celano ipocrisie e tanta ignoranza. E’ capitato al castello di Venaria, Torino: ai botteghini si trova una fanciulla velata, dei turisti se ne lamentano, la ragazza viene allontanata e le altre, per solidarietà, si presentano al lavoro velate a loro volta. Il presupposto è: se una ragazza è discriminata per un velo, ovvero per la fede islamica, è giusto stare dalla sua parte. Condivido, se non fosse che le cose meritano essere comprese meglio.

Ciascuno, per quanto me ne interessa, può mettersi in testa quello che gli pare. L’unica cosa rilevante è che le persone devono essere identificabili, per cui non deve attraversare la frontiera o entrare in un albergo chi pretenda di non farsi vedere in volto. Dalle nostre parti esistono i documenti di riconoscimento e non ammettiamo che le donne siano come le pecore al seguito del pastore, per cui quest’ultimo risponde del gregge. Posto ciò, c’è libertà di mascheratura.

Il velo, però, non è affatto un simbolo religioso, ma solo un costume. Non c’è alcun precetto della fede che imponga alle islamiche di velarsi, tant’è che ve ne sono di scoperte. E’ un’usanza, imposta nei regimi più retrivi e misogini. Non ha a che vedere con alcuna forma di rispetto o liberazione femminile, ma, al contrario, serve a rassicurare il maschio, padre, fratello, marito e padrone, circa il possesso della femmina, ridotta ad anonimato. Il velo, inoltre, è parte anche della nostra cultura (ammesso che qualcuno ne conservi memoria), ed anche da noi non è (era) un simbolo religioso, ma un costume che distingue il ruolo dei maschi da quello delle femmine: i primi, entrando in chiesa, si scoprono, le seconde si coprono. Analoga differenza si riproduce nel mondo ebraico, ma capovolto: i maschi coprono la testa, le femmine no.

Nelle tre religioni monoteiste la differenza per genere sessuale determina la sottomissione di quello femminile. L’evoluzione e la civiltà ridimensionano questo a gesti meramente simbolici, di cui, difatti, si dimentica l’origine. Interessante il segno dei tempi: era “liberazione” togliere il reggiseno e mettere la minigonna, ma ora, che da scoprire non c’è rimasto nulla, che il discinto è divenuto istituzionale, si solidarizza con chi vuole coprirsi e sottomettersi. Significativo, ma non incoraggiante.

Pubblicato da Libero di lunedì 1 giugno 2009

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