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Crisi, fisco e procure

Il triangolo mortale per l'imprenditoria

Gli imprenditori in piena crisi, che non riescono a pagare le tasse, rischiano, oltre che alla perdita delle proprie aziende, anche la galera.

di Davide Giacalone - 27 maggio 2013

Talora i problemi si complicano perché chi ne parla non li conosce. Si potrebbero risolvere con poco e invece s’incancreniscono. Prendiamo la questione fiscale, dove l’imperizia del legislatore può avere effetti devastanti: fino a poco tempo fa andava di moda sventolare le bandiere del moralismo fiscale, proponendo manette, ganasce e ceppi per gli evasori, supponendo tali solo un folto gruppo di ricconi profittatori e succiasangue del popolo; da quella moda sono discesi sistemi di riscossione che partivano dalla ruvidità per approdare alla negazione del diritto, sì che il contribuente doveva (e deve) pagare silente, come uno schiavo, anche laddove protestava le proprie ragioni, poi riconosciute come tali; successivamente è partita la moda opposta, facendo credere che tutte le colpe potessero essere ascritte a Equitalia, manco fosse stata creata da marziani. Ebbene, tale ondivago comportamento non è solo esecrabile in sé, ma riflette l’idea, tutta politica, che le parole siano la merce più preziosa, per cui basta modularle diversamente perché la realtà cambi. Invece non cambia proprio per niente e tanti imprenditori in difficoltà non solo non trovano credito, ma vengono letteralmente criminalizzati.

Prendiamo il caso dell’evasore fiscale per necessità, nel senso che dichiara quel che dovrebbe pagare, non nasconde nulla, ma non versa perché non ha i soldi. Si dice: in questi casi andiamoci piano. Sapendo di non avere imbrogliato nessuno, sapendo di dovere pagare, se solo diventa possibile, l’imprenditore che non ha versato le ritenute d’acconto o i contributi Inps aspetta le cartelle esattoriali e va a chiederne la rateizzazione. Gli viene concessa e, quindi, se ne sta con la coscienza tranquilla: pagherà di più, per gli interessi, ma spera di farlo in un momento migliore e, comunque, non ha tolto nulla ai suoi collaboratori e dipendenti. Tutto a posto? Manco per niente, perché nel frattempo, nonostante abbia riconosciuto e rateizzato, è partita la segnalazione alla procura della Repubblica, avendo egli commesso il reato tipico del sostituto d’imposta. La procura procede, in virtù dell’intoccabile totem dell’obbligatorietà dell’azione penale. Il giudice dell’udienza preliminare constata che il reato è stato commesso, anche perché lo dice lo stesso imputato, e lo rinvia a giudizio. Il tribunale di merito prenderà atto che sta pagando, ma la cosa può avere un peso nella quantificazione della pena, che può arrivare a tre anni di detenzione, non circa l’esistenza del reato.

Ora, ditemi: a che serve rateizzare se poi si deve passare per criminali? La cosa è così assurda da consentire una soluzione facile: siccome il reato sussiste anche per piccole somme, s’è stabilito che ove queste siano frutto di errori materiali, in effetti, con estrema bontà, il reo può non essere considerato tale, e, allora, si stabilisca che ove il noto criminale abbia raggiunto un accordo di rateizzazione e stia pagando il procedimento deve, anche in questo caso considerarsi estinto, o almeno sospeso per poi essere soppresso al pagamento dell’ultima rata. Se non ci si sbriga in questo senso andrà a finire che dopo la lunga e tormentata crisi, nel corso della quale s’è ridotto terribilmente il flusso del credito e la liquidità disponibile per le aziende, ci ritroveremo con imprenditori piccoli e medi che sono riusciti a sopravvivere, tenendo l’anima con i denti, ma che dovranno fare i conti con condanne penali. Rei di aver voluto far sopravvivere l’attività e mantenere vivi dei posti di lavoro.

La soluzione è facile, come si vede. Ci vuole poco. Ma va fatto cambiando la legge, non facendo predicozzi sul tessuto produttivo e la buona volontà. Il primo si sta sfilacciando e la seconda non può consistere nell’essere disposti a subire tutto.

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