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Banca d'Italia: quale governatore?

Il toto scommesse di Palazzo Koch

Non si può essere autonomi in materie di cui s’è persa la competenza

di Davide Giacalone - 05 luglio 2011

La nomina di Mario Draghi ai vertici della Banca Centrale Europea è un successo italiano. Si provi ad immaginare cosa si sarebbe detto e scritto, in Italia e fuori, se quella candidatura fosse stata bocciata: la debolezza politica dell’Italia, nonché i pericoli connessi ad un troppo alto debito pubblico, hanno bruciato le possibilità di un uomo apprezzato sia per le capacità che per l’equilibrio. Sarebbe stata una bocciatura nazionale, quindi è legittimo considerarla l’opposto. Quella nomina, però, apre un problema: nominare il successore alla Banca d’Italia.

Lasciamo da parte i nomi che circolano, tutte persone d’alta preparazione e di sicuro spessore. Quel che lascia assai perplessi è il modo in cui s’articola il pubblico dibattito su questo adempimento. Molti commenti mettono in evidenza la necessità di preservare, quale bene prezioso, l’autonomia della banca centrale e, in questa chiave, spingono affinché il successore venga dai suoi ranghi. Una nomina interna, quindi, è vissuta come maggiore garanzia d’indipendenza. Strano modo di ragionare, perché Draghi non solo venne dall’esterno, ma direttamente dal posto in cui si trovava, ovvero ai vertici di un’importante banca d’affari.

Si vuole sostenere che Draghi abbia indebolito il prestigio e l’autonomo giudizio dell’istituzione? Sarebbe una tesi alquanto bizzarra, considerato il nuovo incarico cui è stato chiamato.

Egli, del resto, fu chiamato alla Banca d’Italia nel dicembre del 2005, ivi nominato da un governo presieduto da Silvio Berlusconi e con un decreto dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi. L’odierno governo è presieduto dalla stessa persona, mentre il decreto presidenziale rientra tra quegli atti controversi, su cui si spreca dottrina e s’inseguono discussioni, ma che, in buona sostanza, se non è un atto dovuto è il semplice controllo circa il rispetto della procedura di nomina. In altre parole: non è il Presidente della Repubblica a nominare il governatore della Banca d’Italia.

La legge parla chiaro: la nomina spetta al governo, sentito (e non in accordo con) il consiglio della banca. Si perfeziona con la citata firma presidenziale. La cosa anomala è che le nomine politiche sono considerate una sorta d’inquinamento della vita pubblica, come se esistesse un albo dei preposti a questi incarichi cui obbligatoriamente attingere. Invece queste sono nomine considerate politiche in tutte le democrazie. E che altro potrebbero essere? La stessa nomina di Draghi alla Bce è politica, tanto che la discussione s’è svolta fra i capi di Stato e di governo, non fra i rettori delle università o i presidenti dei club bancari (il cielo ci guardi).

In quanto al tema dell’autonomia, tutelata dalla legge e non destinata a venire meno se il governatore dovesse, per avventura, condividere la politica economica del governo (altrimenti sarebbe menomata proprio dall’obbligo di criticarla), sarà bene riflettere su cosa effettivamente s’articola. Tutti i Paesi dell’area dell’euro, com’è noto, hanno ceduto sovranità nella determinazione del tasso d’interesse, nel cambio e circa la liquidità circolante. Non si può essere autonomi in materie di cui s’è persa la competenza. Né l’autonomia può racchiudersi in un solo giorno, quello in cui si leggono le considerazioni finali, alla fine di maggio. Quindi, in gran parte si concreta nella vigilanza sul sistema bancario.

La storia lascia sempre un segno nel presente. La Fed, la banca centrale statunitense, il cui governatore è nominato dal Presidente degli Stati Uniti, nacque all’indomani della grande crisi e conserva tutti i poteri da noi ceduti alla Bce. La politicità della sua azione, pertanto, si concentra sulle funzioni tipiche del governo della moneta e sui suoi riflessi sul mercato interno e sui cambi.

La Banca d’Italia, invece, prese vita dopo i disastri combinati dalle banche italiane che potevano battere moneta, quindi ha una specifica funzione di sorveglianza (naturalmente su campi diversi, oggi). Domanda: chi esercita con maggiore determinazione e autorevolezza quell’attività, chi è cresciuto dentro l’istituto, quindi ne ha seguito la storia e ha già rapporti di lavoro con il mondo bancario, o chi viene dall’esterno? Messa così: la seconda che hai detto. Infatti, dopo lo sfortunato epilogo della gestione di Antonio Fazio (sulla quale occorre ancora raccontare la storia completa) si scelse un esterno. Draghi, appunto. Metterla così, però, è decisamente rozzo e approssimativo. Lo ripeto: i candidati interni hanno caratteristiche innanzi alle quali va calato il cappello. L’illogicità consiste nel volere sostenere la rozzezza opposta, quasi che si debba difendere la banca centrale dalla politica.

Le lobbies non sono associazioni demoniache, ma cosa sana e corretta. A patto che siano trasparenti e senza la pretesa di considerare corrotti gli interessi diversi dai propri.

Pubblicato da Libero

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