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L'articolo 18

Il totem e la paura

Pagare di più chi non ha il posto fisso significa non creare nuovi posti di lavoro, rimandendo, così, nella recessione

di Davide Giacalone - 16 febbraio 2012

Riformare il lavoro in piena recessione è cosa complicata, ma necessaria. I tedeschi, grazie a Gerhard Schröder, lo fecero quando s’accorsero di perdere troppa competitività, mentre da noi lo stesso allarme, che suona da venti anni, è servito solo a far passare la legge Biagi: meritoria, ma rimasta isolata. Avendo l’abitudine di leggere le cose del mondo dopo avere inforcato occhiali ideologici, ancora una volta si discute di un simbolo: l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Il guaio dei simboli è che, alla lunga, perdono significato, al punto di dimenticare che il grosso dei problemi deriva più dalla giustizia, quindi dal modo con cui si sono amministrate sentenze contro le aziende, che dal suo effettivo contenuto. Il governo vuole superarlo, e fa benissimo. Intende procedere anche senza il consenso dei sindacati, e fa doppiamente bene, tanto più che non rappresentano i lavoratori.

Ma abbattuto il totem non si sarà fatta alcuna rivoluzione. Il nostro problema è prima di tutto di ordine culturale, amplificato dalla paura. Gli adulti di oggi sono cresciuti in un brodo conformista, figlio di un immaginario (e in Italia mai esistito) ’68, secondo cui andare a lavorare in banca era come dovere scontare una condanna a vita. Il più sicuro dei posti era dipinto con la più certa delle umiliazioni. I figli di questa gente, che dismessi gli abiti della contestazione e indossati quelli del consumismo sono andati a lavorare in banca, ma ancor più numerosi nella pubblica amministrazione, ora si sentono offesi se un vecchio professore fa eco ai miti d’allora e ricorda la noia del posto fisso. Questa è l’Italia che merita Celentano, il conformismo del più falso anticonformismo (mica ora, sempre), ed è giusto se lo tenga. Possibilmente senza farlo pagare a me. Il punto, però, non è elaborare un giudizio estetico su questo o quel contratto di lavoro, ma prendere atto dei numeri e rendersi conto che considerare il lavoro come un attributo al proprio stile di vita, piuttosto che il modo per contribuire ad una produzione competitiva, è un lusso (demente) coltivato con il debito. Lungi dal potere conservarlo, si tratta, purtroppo, di pagare.

Si dice: va bene, quel modello va superato, da ora in poi cancelliamo il 18 e stabiliamo che il lavoro insicuro nel tempo deve essere pagato di più. Spiacente, non funziona. Dire che il 18 non vale solo per i nuovi assunti equivale a dire che il costo della sicurezza lo paga solo chi non l’avrà. Bella roba. Dire che l’insicurezza va pagata di più significa scaricare sulla produzione il prezzo dell’equilibrio sociale. Se mettete assieme le due cose va a finire che i nuovi posti di lavoro non si creano e tutto resta come prima, compresa la recessione nella quale torniamo. Quando il precedente governo sosteneva che da noi la disoccupazione era inferiore alla media europea e gli ammortizzatori sociali avevano funzionato, noi scrivevamo del terribile errore, perché quell’atteggiamento, oltre a ciurlare sulla contabilità, stabilizzava la perdita di competitività, rendendoci tutti più poveri. Siccome non cambiamo idee con le stagioni, né ci allineiamo alla tifoseria che urla e non ragiona, ripetiamo che la scelta è fra tutelare i cittadini e tutelare i posti di lavoro. Una volta fatta (e credo sia saggia la prima, quindi con la soppressione della cassa integrazione) deve valere anche per il presente, vale a dire per le situazioni ereditate dal passato. Troppo feroce? Al contrario, è sadica l’illusione che si possa evitarlo.

Il lavoro, di cui il contratto è la veste giuridica, deve essere competitivo. In Italia lo è, salvo il fatto che è costretto a finanziare la non competitività dei falsi ammortizzatori e della troppo bassa partecipazione alla produzione. Da noi, allucinati dal mito del posto fisso, si continua a ripetere che lavorando meno si lavora tutti, mentre è vero l’esatto contrario: solo lavorando di più, e in più numerosi, si creerà più lavoro. Le tutele, da mettere in conto allo Stato, alla fiscalità generale, devono riguardare la disoccupazione temporanea, e non devono essere generose, perché lo scopo è rendere permeabile il mercato e consentire l’ingresso di chi voglia lavorare. Gli altri, si tolgano dal groppone. La pillola non va addolcita, va chiarita. Non va deglutita a forza, e neanche con l’inganno, ma con la convinzione che serva a cambiare e migliorare. Certo, ci sono prezzi da pagare e momenti di passaggio dolorosi, ma sono prezzi e dolori inferiori alla recita menzognera e consolatoria. Una recita che ha addormentato i giovani, togliendo loro la voglia di pensare un mondo diverso da quello dei padri e convertendoli alla rassegnazione pantofolaia e triste di chi spera, nel migliore dei casi, di avere quello che i padri ebbero.

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