ultimora
Public Policy

Il balletto ipocrita sull’extra-gettito

Il tesoretto dove lo metto?

Se il palazzo brucia i suoi soldi, c’è un’Italia che non rinuncia a far merito e sacrifici

di Davide Giacalone - 07 maggio 2007

Il tesoretto dove lo metto? Dove metto i due miliardi e mezzo di extragettito fiscale ereditati al posto dell’inesistente buco? Se si seguisse una linea razionale e rigorosa, come chiede anche la Commissione europea, quei soldi dovrebbero servire a diminuire il debito, diminuendo in questo modo anche gli interessi che si pagano, quindi la spesa pubblica, e propiziando una successiva diminuzione delle tasse. A volere, invece, dar subito una scossa al mercato, si potrebbe procedere direttamente ad alleggerire il carico fiscale, lasciando più soldi nelle tasche dei cittadini per alimentare i consumi.

Ma ad essere democristiani di scuola Iri, come Prodi, quei soldi li si userà a chiacchiere per blandire il consenso sociale, facendo la faccia dolce ai “bisognosi”, e nella realtà per finanziare le categorie amiche, porgendo loro la mano munifica e spendacciona della spesa pubblica. Essere generosi con i soldi altrui è una vocazione dura a morire. Francesco Rutelli aveva chiesto di cancellare l’Ici sulla prima casa, come prima di lui aveva proposto Berlusconi in campagna elettorale. Prodi dice d’averci pensato bene, e di preferire dare alle famiglie un bonus per i neonati.

Tanto i figli diminuiscono mentre le case son sempre quelle, i più prolifici sono gli immigrati, che l’appartamento di proprietà neanche ce l’hanno, ed al padre di famiglia autoctono, che con uno stipendio mantiene la famiglia, se provvisoriamente sfornito di pargoli in arrivo, non resterà che pagare. Grazie a questa lungimirante politica, come testimoniano i dati sul fabbisogno di cassa e come ha ripetuto in questi giorni la Corte dei Conti, le tasse non potranno mai diminuire perché non diminuisce la spesa pubblica, quindi il nostro padre di famiglia continuerà a lavorare prevalentemente per lo Stato, superando in questo tutti i colleghi europei. Una bella soddisfazione.

La spesa pubblica non è in sé negativa, e anzi è servita per far crescere la ricchezza nazionale. Ma quando è tutta indirizzata ai pagamenti correnti, quando non contiene alcun valore d’investimento in infrastrutture o ricerca, diventa una devastante malattia che brucia i soldi dei cittadini. Noi, però, non ci siamo accontentati del falò e ci siamo allargati a bruciare anche la ricchezza futura, accumulando un debito enorme. Occorre, allora, che qualcuno spieghi ai più giovani che sebbene potrà arrivare un’elemosina per avere il fratellino, comunque tutti quelli che sono appena entrati nel mercato del lavoro, o contano di entrarci nei prossimi anni, dovranno lavorare sia per pagare i debiti che per pagare le pensioni a gente che ha lavorato di meno, che ha versato di meno, che smette di lavorare prima e che riscuoterà di più. E se la riforma pensionistica varata dal centro destra a noi sembrava troppo poco e troppo tardi, ai governanti di oggi sembra troppo e troppo presto.

Ecco, se i più giovani sapessero cosa li aspetta andrebbero a protestare contro quella politica e quei sindacati, anziché andare a ballare in piazza, pagando anche il prezzo del concerto che festeggia quel che loro non avranno o non potranno godersi: il lavoro. La gestione del tesoretto dimostra, una volta di più, che la debolezza istituzionale e politica rende i governanti incapaci di rinunciare all’acquisto del consenso, mettendolo sul conto degli italiani. Dimostra che si vota sempre e non si governa mai e che quando la principale preoccupazione di un governo è quella di durare il risultato sarà lo scassamento delle casse pubbliche. Ed il nostro guaio è che le famiglie italiane sono ancora mediamente abbastanza ricche da accorgersi di quanti meno soldi hanno in tasca, ma da non dovere ancora tagliare i consumi, neanche quelli voluttuari. Così procediamo con l’andazzo del pietismo e dello sperpero, cercando di non credere che quando i conti si dovranno pagare saranno dolori forti. Ci anestetizziamo ripetendo che le cose vanno bene, che c’è la ripresa economica, senza volerne leggere i dati reali: è vero che le nostre esportazioni sono cresciute, che la produzione ha ripreso a marciare, ma ci muoviamo molto più lentamente dei Paesi direttamente concorrenti, quindi perdiamo quote di mercato e c’impoveriamo.

Se ci fosse una classe dirigente, nella politica, nell’industria, nella cultura, questa avrebbe il dovere di lanciare l’allarme, di chiedere una correzione della rotta finché siamo in tempo, ma ci manca. C’è una politica che asseconda l’irresponsabilità per non perdere il posto, un’industria dove si è confusa l’etica del mercato con la brama d’arricchimento, una cultura fatta di conformismi e luoghi comuni. Basterebbe vedere questo per misurare la povertà che avanza.

Poi c’è, lo so, un’Italia che non si arrende, che si muove, che produce, lavora, studia. Ma quando non può scappare all’estero, quando non può portare se stessa a vedere premiato il merito individuale, si rassegna a pagare i costi del cicalume irresponsabile. Il tesoretto, le pensioni, le tasse. Prendete appunti su quel che succede in questi giorni, non dimenticate la condotta di un governo che gioca al tavolo del potere finanziario, perché domani vi sarà più facile capire come si sarà potuti scivolare e farsi male.

Pubblicato su Libero di sabato 5 maggio

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario