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Paura in Val di Susa

Il terrorismo di oggi

"Comunità tradita", "democrazia dal basso" e la "rete": miti dei criminali contemporanei, privi di idee e uniti solo dall'identità del gruppo.

di Davide Giacalone - 16 maggio 2013

Non è la prima volta che in Val di Susa si mettono in atto attacchi terroristici. Se sottovalutare poteva essere un errore, ora sarebbe colpevole. Per prima cosa si deve separare l’opposizione ai lavori per il treno ad alta velocità dai gruppi che operano organizzando gli attacchi armati e violenti. Sono questi ultimi a volere criminalizzare gli altri. E dato che sono dei criminali nei loro confronti lo Stato ha il dovere di agire con la repressione. Prima quella delle forze dell’ordine, poi quella della giustizia. Opporsi a quei lavori è legittimo. Una volta decisi, una volta affrontata la discussione in tutte le sedi competenti, è altrettanto legittimo che siano eseguiti. Tentare di fermarli è un reato, usare la violenza un crimine che va punito. Sul punto, non c’è altro da aggiungere.

Non possiamo, però, accontentarci della repressione, dobbiamo anche sforzarci di capire. Che non è sinonimo di giustificare, ma necessario per combattere. Negli anni sessanta non si seppe riconoscere l’escalation della violenza, vedere il filo che portava dalle macchine incendiate ai rapimenti lampo e dimostrativi, dalle gambizzazioni agli omicidi. Molti, troppi non ne furono capaci, anche perché presi in una prigione culturale, che avevano costruito con le loro stesse mani. Non seppero capire perché non vollero vedere. Meglio non commettere ancora gli stessi errori.

Il terrorismo di allora non torna, perché la guerra fredda era il suo ecosistema. Ma i molti terroristi che poi abbiamo imparato a conoscere, più che altro dalle cose che altri scrivevano per loro, dato che la grande parte non era in grado di compitare, i militi della morte, rossi o neri che fossero, solo raramente si mostrarono consapevoli del contesto. Più che altro erano accecati da dei miti. I terroristi rossi avevano abboccato al mito della “Resistenza tradita”, supponendo che il movimento partigiano avrebbe voluto creare una repubblica socialista. I terroristi neri avevano abboccato al mito della “Patria tradita”, supponendo che se non ci fossimo venduti agli invasori l’Italia avrebbe avuto più potente destino. Cretinate, da una parte e dall’altra. Solo una sparuta minoranza sognò di sostituire la dittatura fascista con la dittatura comunista, mentre il resto del Paese, Palmiro Togliatti compreso, viaggiava in tutt’altra direzione. Mentre i “ragazzi di Salò” non furono gli eroici difensori dell’onore nazionale, ma gli ultimi raggirati da un gruppo di disonorati. Eppure quei miti, alimentati da storiografie farlocche e quasi comprovati dalla retorica melensa e fasulla della “Costituzione nata dalla Resistenza”, persero molte vite e troppe ne spensero fra quelli che quei fanatici si scelsero come nemici immaginari.

La domanda è: quali miti agitano i sogni dei fanatici contemporanei, capaci di armarsi e andare a fare il tiro al bersaglio con i lavoratori impegnati nella costruzione di un’infrastruttura europea? Sul fatto che siano dei criminali non si discute, come lo furono quelli dell’ubriacatura ideologica, ma solo dopo aver capito il senso di quei loro incubi fummo capaci di chiudere un capitolo lordo di sangue. Cosa spinge i violenti di oggi? Esiste un contesto internazionale che possa facilitarli?

Il loro mito è quello della “comunità tradita”. Si sentono interpreti del volere popolare, anche contro la volontà del popolo. Non rileva che i governanti (ai vari livelli) impegnati in quella realizzazione siano eletti democraticamente, perché loro considerano la democrazia formale un inganno ai danni delle singole collettività. Non rileva l’interesse nazionale, e meno ancora quello europeo, perché conta solo la comunità dei diretti interessati. Guardano con compatimento ai cantori della “democrazia dal basso”, perché vedono la possibilità di partire dal basso per svellere la democrazia che considerano ingannevole. Sentono forti le loro ragioni e sanno di poterle esprimere solo con la violenza, esattamente come gli ultras del tifo calcistico. Egualmente privi d’idee che non siano l’identità del gruppo. Non sono inoffensivi, intanto perché offendono e poi perché surfano sull’onda delle democrazie in crisi. Che sono tali per esaurimento di spesa pubblica. Non sono isolati, perché gemelli diversi si trovano per ogni dove, nell’Unione europea incapace d’immaginare se stessa nel futuro. Hanno una rete, con la quale raccolgono non pochi cretini allo sbaraglio. Repressione, certo. Ma serve anche tanta buona politica e buona informazione. E’ il consenso l’anima delle democrazie.

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