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Il “doppio fallimento dello Stato italiano”

Il terremoto e le assicurazioni

Cambiare è assolutamente necessario. La soluzione? Una “rcd-responsabilità civile disastri

di Enrico Cisnetto - 14 aprile 2009

Se la crisi finanziaria sembra aver mostrato il fallimento del mercato, la tragedia abruzzese ha palesato un clamoroso fallimento dello Stato. Partiamo da un dato: l’Italia è un territorio ad alto rischio, in cui oltre il 45% dei Comuni è posizionato in zone soggette a disastri naturali, e in cui dal 1997 al 2003 i danni provocati da calamità sono ammontati a 32 miliardi di euro. Eppure siamo uno dei pochi paesi dove a coprire tutti i danni è solo lo Stato: che si tratti di interruzione di strade, di crolli del patrimonio artistico o di danneggiamenti a case private ed edifici pubblici, a pagare i costi è solo e sempre il Tesoro.

Al contrario, in gran parte degli altri paesi esiste, come sottolinea uno studio dell’Ania (l’associazione delle imprese assicurative), un sistema misto di collaborazione tra pubblico e privato, con un’assicurazione contro le calamità obbligatoria o semi-obbligatoria e i danni privati che vengono coperti dalle compagnie di assicurazione, mentre lo Stato interviene solo nel caso di un evento catastrofale di dimensioni davvero eccezionali. Ma quello italiano è un “doppio fallimento dello Stato”: da noi, infatti, il sistema pubblico deve far fronte sia alla ricostruzione materiale, sia al risarcimento dei singoli, con un procedimento lungo e farraginoso, che inizia, a seguito dell’accadimento del disastro, con la dichiarazione governativa di emergenza e finisce (non si sa quando) con la distribuzione delle risorse finanziarie, attraverso gli enti locali, a coloro che ne abbiano fatto richiesta.

Cambiare, dunque, è assolutamente necessario. La soluzione? Accogliamo i suggerimenti arrivati dal ministro Brunetta e dal vicepresidente di Confindustria Cesare Trevisani, e spingiamoli un po’ più in là. Rendiamo innanzitutto obbligatoria una polizza per i proprietari di case ed edifici, siano essi pubblici e privati.

Una “rcd-responsabilità civile disastri” il cui primo effetto sarà di indurre i proprietari a pretendere dai costruttori edifici a norma, che altrimenti non potranno essere assicurati. Le compagnie, dal canto loro, verranno incontro allo Stato che non può farsi carico della totale ricostruzione. Si obietterà che molte compagnie non accetteranno mai rischi così alti.

Ma qui lo Stato potrà dotarsi, come succede in Francia e Spagna, di una società di riassicurazione pubblica che offre alle compagnie la possibilità di riassicurarsi a un tasso fisso, oppure affidandosi a grandi gruppi mondiali del “re-insurance”, a cominciare da Swiss Re, specializzati in questo tipo di polizze. A queste stesse compagnie, peraltro, lo Stato potrà a sua volta trasferire una parte dei suoi rischi (quelli che coprono la ricostruzione di strade ed opere pubbliche) assicurandosi a sua volta. Moltissimi paesi lo fanno già, persino il Messico ha di recente sottoscritto la sua brava polizza anti-disastri.

D’altra parte, si tratta di fenomeni sempre più globali: nel periodo 1970-2004 le catastrofi naturali si sono quasi quadruplicate, causando danni per circa 56 miliardi di dollari l’anno. Partiamo, dunque, dai tentativi (messi nel cassetto) del Berlusconi I e Prodi I sul tema “rcd”, e rimettendoli subito all’ordine del giorno aggiungiamo anche la “polizza pubblica”. Per lo Stato sarebbe un’ottima occasione per dimostrare che sa fare il suo mestiere, per il bistrattato mercato sarebbe l’occasione giusta per riabilitarsi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario