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L’Italia fuori dall’euro o l’euro fuori dall’Italia?

Il teatro e il teatrino

Ma almeno Mario Monti ci assicurerà una guida seria e rispettata

di Elio Di Caprio - 16 novembre 2011

C’è il teatro ormai drammatico della crisi finanziaria e il teatrino tutto nostrano che ancora continua, le armi di distrazione di massa che hanno distratto noi, ma non gli speculatori o i liberi profittatori di mercato che dir si voglia. Abbiamo parlato fin troppo negli ultimi anni di cosa pensasse o dicesse Daniela Santanchè o delle mosse dei responsabili-randagi dei vari Scilipoti, la passione si è ora spostata su Giuliano Amato sì o Gianni Letta no nella nuova compagine governativa, ma lo sfondo dello spread a fisarmonica è sempre lo stesso, anche quando sembra incoraggiare o deludere prima Silvio Berlusconi ed ora Mario Monti. Ci sfugge però l’essenziale, ci sfugge il quadro globale.

La storia del “capitalismo reale” non è finita, i mercati finanziari appaiono come una voragine senza fondo destinata a inghiottire ogni misura di risanamento possibile escogitata dagli Stati in crisi con il rischio di un avvitamento progressivo destinato a portarci ad una recessione più o meno conclamata. E’ questo lo scenario che il mondo globale intercorrelato sta affrontando e a cui i vari indignados cercano volenterosamente di opporsi, ma neanche la storia dei popoli è finita. Prima o poi misureremo chi ha vinto e chi ha perso in questa gara paradossale messa in moto dalla vera e propria tragedia iniziata a Wall Street nel 2007. Siamo cittadini europei e italiani ed è logico domandarsi quali saranno gli esiti ultimi e le conseguenze per l’eurozona, da sempre guardata con sospetto e sfiducia dagli USA, e per l’Italia che da Paese fondatore dell’Europa e ammesso con riluttanza nel club della moneta unica sta diventando il primo grande capro espiatorio di una crisi che molti analisti sostengono porterà diritta alla scomparsa dell’euro.

Il teatro, anche quello tragico che si sta delineando, è fatto per pensare, induce alla riflessione, ai collegamenti, ai filtri, agli approfondimenti. Il teatrino no, e’ tutto il contrario, è quello degli spot televisivi sugli evasori parassiti o delle manette agli evasori sopra i 30mila euro, annunciate e poi corrette dai tanti provvedimenti finanziari, l’ultimo del settembre di quest’anno. Chi se lo ricorda più? Non fosse che per questo anche l’immagine del nuovo governo che sta per succedere al governo Berlusconi, se dura, conta. Conta per noi cittadini diventati negli ultimi tempi sudditi dei mercati finanziari e degli spot, conta soprattutto per la nostra immagine all’estero che ha bisogno urgente di una riverniciatura di serietà.

Ma conta ancor più lo scenario internazionale in cui purtroppo l’Italia è diventata oggetto più che soggetto di attenzione come il vero anello debole della costruzione europea. Tutto cominciò con la Grecia e può finire con l’Italia e con l’euro. E’ bene leggersi a tale proposito il lungo rapporto pubblicato dallo Spiegel in Germania sulla crisi finanziaria in atto e sui suoi possibili esiti nei Paesi europei, a cominciare dalla Grecia per finire alle attuali traversie dell’Italia e a quelle possibili della Francia anch’essa esposta al contagio di un euro sempre più sotto attacco. E se il contagio raggiunge la stessa Germania cosa si fa? Per quanto riguarda la Grecia già nell’ottobre del 2009 la Standard and Poor’s aveva calcolato un aumento del debito greco al 125% del pil nel 2010 ed i CDS di assicurazione sui pericoli di default dello Stato greco erano già allora considerevolmente aumentati. L’allarme proveniva dalla Pimco ( Pacific investment management company) il più grande investitore mondiale in titoli del debito pubblico degli Stati. Quando la Pimco smette di comprare – la Pimco smuove capitali pari a più di 1300 miliardi di dollari e ha da investire quattro volte il budget nazionale tedesco- il segnale è già chiaro e forte. Tutti gli Stati devono tenersela buona. Se la Pimco non compra più sono guai. E’ la stessa Pimco che facendo da battistrada agli altri investitori internazionali aveva prima acquistato bonds greci quando la Grecia era stata ammessa nell’eurozona, per poi disfarsene a partire dal 2009 dopo la batosta del fallimento della Lehman che aveva obbligato a spostare i capitali altrove su rendimenti più redditizi. Poi i titoli greci sono diventati titoli spazzatura, c’è stato il declassamento a cascata di quelli del Portogallo, dell’Irlanda, della Spagna e dell’Italia. Di qui nasce la speculazione ( evidentemente non solo della Pimco) sul declino dell’euro ad opera dei traders delle monete estere, degli hedge funds e degli speculatori. Siamo nel pieno di questa storia da “capitalismo reale”. Colpa soltanto degli speculatori o del fatto che il debito complessivo dell’eurozona è raddoppiato dal 1997 con un’accelerazione negli ultimi tre anni dopo il crack della Lehman? Come dice sconsolatamente lo Spiegel l’euro nato per proteggere l’Europa contro gli imponderabili della globalizzazione è diventato la moneta più pericolosa del mondo. Troppo pessimismo alla tedesca pensare che nessun prestito ai singoli Paesi, effettuato dalla BCE al FMI, potrà riuscire a salvarli ed è imminente una crisi di liquidità globale? Il direttore generale della Pimco, El Erian, ancora maggiore detentrice di titoli del debito estero, fa capire che il destino dell’euro nelle condizioni date è segnato.

Speriamo di no e che i tedeschi si convincano che è meglio addossarsi i debiti degli Stati più deboli attraverso l’euro che rinunciare ad una costruzione europea che ancor più in futuro avrebbe la Germania come Paese leader. Non è detto però che i rapporti di forza internazionali o le logiche dei mercati portino a questo risultato. Sì, la barca globale che vacilla è comune ma almeno avremo a capo dell’Esecutivo un nocchiero serio come Mario Monti e non un regista da teatrino come Berlusconi. E’ quanto probabilmente ha pensato e capito per primo Giorgio Napolitano. Gli speculatori non si sono mai distratti od arresi e continueranno il loro lavoro, ma almeno ora avremo qualche garanzia in più che chi ci governa ci dica cosa seriamente dovremo fare per risalire la china. Chi ci guiderà nel futuro prossimo è quello stesso Mario Monti che, criticando la nostra inadeguatezza nei consessi internazionali, era giunto ad auspicare apertamente sul Corriere della Sera solo qualche mese fa che “venga ripristinato il ruolo di un’Italia rispettata ed autorevole” . Ora toccherà a lui dimostrare che si può e che i tempi del teatrino sono finiti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario