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Le parti obbligate della commedia italiana

Il teatrino della transazione

Il governo Monti vittima o protagonista del nuovo gioco mediatico?

di Elio Di Caprio - 05 marzo 2012

Il governo Monti al di là della sua possibile durata disvela già un fallimento che è storico e culturale insieme. Un governo infatti che si vanta di avere la sua unica forza ( o la sua vera debolezza) nel poter prendere misure impopolari senza dover dare conto a nessuno testimonia che la precedente dialettica democratica- bipolare non è servita a nulla, ha rappresentato solo interessi contrapposti e concorrenti senza essere stata in grado di governare, di guardare oltre gli immediati interessi di bottega dei vari partiti, che fossero di destra o di sinistra.

L’Italia che a 150 anni dalla sua unità deve “accontentarsi” dello strano ircocervo rappresentato dal governo Monti per restare con dignità nel consesso europeo e forse mondiale non sa ancora se ha prodotto, non volendo, una svolta storica prima impensabile o se si è avventurata in terra sconosciuta ( più che incognita come direbbe Giulio Tremonti) come tappa intermedia per ritornare alle logiche partitiche di un tempo, quelle per intenderci che hanno funestato la Prima e la Seconda Repubblica, regalandoci quell’enorme debito pubblico che ha leso quel poco di indipendenza politica, non solo economica, che ci era rimasta. E’ finito un certo teatrino della rappresentazione pubblica che, contraddizione massima, era stato spregiudicatamente cavalcato proprio da chi come Silvio Berlusconi voleva accreditarsi come l’interprete di un nuovo modo efficientista di fare politica, dalle istituzioni alle imprese, tirando diritto per riformare senza farsi condizionare dai giochini di parte e dai rituali propagandistici che da noi sono durati per più di mezzo secolo. Il governo Monti rappresenta in sé, per come è stato costituito, in maniera brusca ed autorevole se non autoritaria, una plateale smentita della stagione precedente degli inutili compromessi e delle inconcludenze che hanno segnato i governi del bipolarismo armato, da quello di Prodi a quello di Berlusconi.

Sufficiente tutto questo per pensare ad una svolta storica, anche di natura psicologica collettiva, che va oltre le intenzioni dei protagonisti in tempi di crisi economica acuta ben peggiore di quella fronteggiata dai precedenti governi tecnici o tenocratici di Ciampi o di Dini? Troppo presto per dirlo e infatti non ci resta che monitorare di giorno in giorno il percorso a ostacoli intrapreso da un governo che, per la prima volta nella nostra storia, dipende più dalla credibilità internazionale da recuperare che dal consenso obbligato dei partiti costretti a sostenerlo. La spada di Damocle dello spread, ora in temporanea ritirata, ci ricorda che siamo ancora appesi a poteri che sono fuori della nostra portata, destinati a condizionare quello che si definisce ancora il “libero gioco della democrazia”. E’ di destra o di sinistra quel che sta facendo Mario Monti secondo categorie interpretative che, a parole, sembravano fino a ieri sepolte per sempre in tempi di globalizzazione? Se lo domandano in tanti anche se discutere (invano) del grande dilemma vuol dire soltanto preparare il terreno a nuove divisioni radicali che, secondo le tradizioni italiche, hanno dato sempre sostanza alla lotta politica vera o immaginaria con cui si rincorre il consenso nelle urne. Dove è più l’opposizione fatta da chi e a chi e chi sarà poi più credibile nel perorare programmi alternativi dopo l’ armistizio in corso che può durare per un anno ancora? E’ un nuovo teatrino che potremmo chiamare della transizione quello che sta andando in scena sotto i nostri occhi, il teatrino dei ruoli interscambiabili tra PD, PDL e Terzo polo dopo anni persi a rincorrere la falsa alternativa-chimera del berlusconismo-antiberluconismo mentre il debito pubblico e la spesa pubblica continuavano a crescere. Nel teatrino della transizione c’è anche spazio per un sindacato incerto e diviso, neppure concorde nel decidere la scala di priorità degli interessi da difendere.

Gli strascichi della vecchia stagione non potevano non spiegare i loro effetti fino a marchiare la rappresentazione pubblica di cosa sta avvenendo nella transizione, del perché si è prodotta e delle prospettive future. Sembra proprio che non ci siamo liberati ancora- ma ne saremo mai capaci?_ dei vecchi circuiti propagandistici a cui ci siamo assuefatti da anni se non riusciamo neppure a cogliere il paradosso veramente incredibile di un governo come quello di Monti che si vanta di aver sottratto l’Italia dal baratro all’ultimo momento e allo stesso tempo non nasconde di essere “amico” ed estimatore di colui - Silvio Berlusconi fino a prova contraria- che dovrebbe essere il massimo responsabile del baratro imminente da cui ci siamo salvati. Anzi nel gioco dei posizionamenti virtuali l’attuale presidente del consiglio deve pagare i suoi pegni e può ben dire di essere stato capace di portare finalmente a termine le riforme impostate o volute dal governo Berlusconi-Tremonti e per converso l’ex premier può allegramente affermare – ne dice tante, magari sulla scorta degli ultimi sondaggi – che Mario Monti rappresenta quel mondo borghese, serio e concreto in cui egli si è sempre identificato…. L’identificazione forzata tra Berlusconi e Monti o addirittura quella solita tra Berlusconi e Mussolini avanzata non più dalla sinistra ma addirittura da Umberto Bossi, l’ex più fedele alleato del Cavaliere, è solo il segnale di un’impotenza propagandistica di chi per anni ha rifiutato di fronteggiare i problemi reali.

Ma poi bisogna pur riconoscere che Mario Monti sta dando prova di consumata abilità degna più di un politico che di un tecnico nel condurre i tanti giochi di equilibrio necessitati dalla situazione presente. Ai Ministri ed ai sottosegretari non resta che seguire il trend ed adeguarsi per dare un messaggio di coesione unitaria e di serietà. Fa nulla che i titoli dei giornali, a rileggerli, riportano negli ultimi due anni gli stessi messaggi, come se nulla fosse successo nel frattempo, sui conti pubblici che sarebbero sempre in ordine sia con Tremonti che con Monti. Ma come è possibile? I conti sono stati sempre in ordine e la colpa dei provvedimenti di austerità che stanno impoverendo l’Italia è solo dello spread sopravvenuto e non previsto? A ben riflettere chi lo dice è Vittorio Grilli, già principale collaboratore di Tremonti e già in predicato per diventare governatore della Banca d’Italia ed ora promosso al rango di viceministro dello stesso Monti. Non lascia quanto meno perplessi e interdetti che sia bastato un cambio di governo per accorgersi che i conti siano stati sempre in ordine prima e dopo, con Berlusconi o con Monti e che a testimoniarlo sia ora un Ministro tecnico come Vittorio Grilli?

I giochi acrobatici della transizione – chissà quando finiranno – sono già tanti e riguardano anche analisti di spessore come Giuliano Ferrara che prima parte lancia in resta in difesa di Berlusconi contro il governo delle banche che mortifica la democrazia ed ora scopre che in fin dei conti i problemi italiani sono sempre gli stessi, le ricette dei partiti maggiori dal PD al PDL non si discostano tra loro più di tanto e merito del governo tecnico è di aver dimostrato che una maggioranza da grande coalizione è possibile se non auspicabile. Mai Giuliano Ferrara riconoscerà che il vero impedimento ad una sana dialettica tra le forze politiche è stato fino a ieri proprio la persistente presenza del Cavaliere che andava declamando fino al novembre scorso che il suo governo era così forte da durare per l’intera legislatura. Ma i percorsi imposti dalla realtà sono sempre destinati a smentire anche i più acuti analisti. Passeremo o ritorneremo prima o poi dalla tecnica alla politica, alla vecchia politica dei vecchi partiti o è meglio prendere atto che in questi frangenti storici solo Monti sa rappresentare la tecnica della politica per ottenere risultati di consenso prima impensabili? Potremmo pure accontentarci del teatrino della transizione, dello scompiglio mediatico di cui è vittima e insieme protagonista il governo dei professori, se almeno tutto questo servisse ad un reale cambio di passo nel modo con cui siamo stati governati negli ultimi decenni. Ma chi ci garantisce che non rivenga alla luce nel dopo Monti un nuovo inconcludente teatrino con o senza Berlusconi e Bersani dietro le quinte?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario