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Caduta la regola del “ non possumus” adesso bisogna governare

Il successo elettorale della Lega

Quali saranno le ricadute a li livello di politica economica nazionale?

di Angelo De Mattia - 31 marzo 2010

Diventerà il Nord, dopo il successo elettorale della Lega, il terreno di sperimentazione, da parte degli enti locali, di “politiche” nuove nei confronti dell’economia del territorio e, in specie, degli istituti di credito? E quali saranno le ricadute a livello di politica economica nazionale? Il tema dell’accesso al credito è particolarmente avvertito nelle aree dove sono insediati la media e piccola impresa, esercizi commerciali e artigianali, strutture turistiche: una parte consistente dell’elettorato che vota Lega, insieme con le famiglie di impiegati e operai - non estranee all’affermazione della stessa Lega - che pure hanno problemi di relazione con il sistema bancario per l’ammortamento di mutui o per il rimborso di crediti al consumo. La questione bancaria è stata continuamente agitata nei mesi della crisi finanziaria globale e in questa fase di lenta e incerta fuoriuscita dalle difficoltà. Non si distingue, tuttavia, quanto questi problemi siano dovuti a carenze dell’offerta e quanto, piuttosto, alla debolezza della domanda o all’assenza dei requisiti di base per essere ammessi alla selezione del merito di credito, amministrando il banchiere denaro non proprio.

In questo contesto, può essere allettante individuare, per ottenere una diversa gestione dei finanziamenti, la scorciatoia in forme di supergestione di questa o quella banca attraverso l’influenza delle dichiarazioni e degli indirizzi, da parte di chi governa il territorio, nei confronti delle fondazioni partecipanti al capitale degli istituti di credito, alla formazione dei cui organi direttivi concorrono le istituzioni locali. Lo si è visto in anteprima dalle dichiarazioni del neopresidente del Veneto, Luca Zaia, nei confronti del merito della riorganizzazione di Unicredit, ma anche dagli “ avvertimenti” lanciati nei giorni scorsi dal Ministro dell’economia per l’eventualità dell’elezione di Roberto Cota alla presidenza del Piemonte - che poi si è stata conseguita – dove si dovrà procedere al rinnovo della governance di Intesa/S.Paolo, primo azionista della quale è un’altra fondazione, la Compagnia S.Paolo. Fra non molto dovranno essere decisi ricambi, non a livello di presidenza, in alcune importanti fondazioni, in particolare nella Cariplo.

Si pone, dunque, un duplice problema, di rispetto degli ambiti delle istituzioni del territorio – ricordando che l’art.117 della Costituzione esclude dalle funzioni delle regioni a statuto ordinario la materia del credito e del risparmio – e di salvaguardia dell’autonomia delle fondazioni, che sono soggetti privati di utilità sociale, e delle banche partecipate. E’ la prova che dovrà essere fornita dai nuovi governi locali. La loro azione potrà essere quella di un polo dialettico efficace, ma rispettoso dei limiti, oppure potrà tradursi in smanie di dirigismo ovvero, ancora, nella voglia di una sorta di piano regolatore del credito con las collaborazione del governo centrale, arrecando, alla fin fine, un danno rilevante ai rapporti tra finanza ed economia, soprattutto quando sono coinvolte aziende di credito di rilievo internazionale.

Svoltesi le elezioni, la prova del budino non si potrà che fare mangiandolo. Tuttavia, se si dovesse giudicare dal comportamento tenuto nei confronti di Unicredit ,la prognosi sarebbe infausta; ma si deve sperare che così non sarà. E, in definitiva, il realismo e il fiuto politico della Lega dovrebbero evitare che sia imboccata questa strada. Più in generale, soprattutto dalle Regioni a governo o a forte influenza leghisti verrà la spinta verso una sollecita e adeguata attuazione del federalismo fiscale. Si ripete che esso, con quella fiscale generale, è la riforma delle riforme. Al federalismo si vuole connessa la più volte preannunciata riforma fiscale.

Ieri, il Fondo monetario internazionale, a chiusura della sua missione in Italia, ha espresso il giudizio secondo il quale il federalismo può essere un’opportunità per rafforzare la responsabilità fiscale e la disciplina a tutti i livelli di governo. Non basta, tuttavia, affermare, come viene fatto dal Governo, che il rischio di aumento dei costi, con tale riforma, è una sciocchezza. Che lo sia, saranno i conti alla mano – tuttora “ arcana imperii”- a dimostrarlo, ma anche la gestione concreta, se all’innovazione si arriverà. Peraltro, concepire quest’ultima come un mera restituzione dei denari di cui Roma si appropria, come si sente dire in alcune espressioni leghiste, non è rassicurante.

Occorrerà evitare duplicazioni di oneri, non esclusi in specie nella fase di prima applicazione, ma anche impostare un meccanismo di decentramento fiscale cooperativo e solidale; soprattutto perché esso decollerà, a Costituzione invariata, mentre un sistema adeguato di federalismo – pur nella singolarità dell’introduzione in uno Stato non federale – presupporrebbe ulteriori innovazioni sul versante costituzionale, innanzitutto per non disperdere pericolosamente le ragioni della corresponsabilità nazionale.

Ma, al di là dei compiti delle Regioni, la vicenda elettorale e i tre anni che si prospettano senza alcuna elezione dovrebbero aver creato i presupposti perché cada ogni alibi per la continuazione dei “ non possumus” finora sostenuti in materia di riforme di struttura. Ieri, il Fondo monetario è tornato a sollecitarle. Il Ministro Tremonti ha risposto che raccoglie la sfida. E’ necessario che, finalmente, si affronti questo problema, promuovendo una svolta nella politica economica che faccia leva sulle riforme strutturali e su di un impulso espansivo. Lo stesso Fondo ha definito la ripresa per l’Italia modesta e fragile, alimentata solo dalla domanda estera. Sarebbe bene smetterla di contare i decimali per escogitare mille modalità di raffronti con altri Paesi per sostenere che poi, dopo tutto, noi stiamo meglio. La nostra economia soffre di una erosione – una sorta di bradisismo – da un quindicennio nei versanti della produttività e della competitività. Usciremo dalla crisi più lentamente di altri Paesi. E con i fondamentali non certo in buone condizioni. E l’ora di un piano economico di rilancio che affronti le riforme strutturali e i nodi che avvolgono l’economia italiana.

E’ assurdo presentare oggi convincentemente un elenco delle riforme che, all’apice, ha il presidenzialismo e la giustizia, come anticipano settori del Governo. E l’economia, e il lavoro? Basta la pur importante riforma degli ammortizzatori sociali? E le geremiadi di tutti sul fatto che nella campagna elettorale non si è parlato di lavoro, di sanità, di sviluppo? E’ difficile che la Lega, in particolare, possa reggere rispetto alla sua base, che ora attenderà atti concreti, se il Governo dimentica l’economia, da affrontare non a pezzi e bocconi.

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