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Il circolo vizioso del lavoro nero

Il sindacato che non serve all’Italia

Le sigle facciano meno politica e tutelino più gli infortuni. Senza proteggere fannulloni

di Enrico Cisnetto - 17 aprile 2007

Un silenzio assordante e un urlo silenzioso. Così il sindacato ha reagito di fronte ai dati sull’assenteismo nel pubblico impiego, da un lato, e dei decessi sul lavoro, dall’altro. Oggi le organizzazioni dei lavoratori, troppo impegnate nel fare politica o nella strenua difesa di interessi corporativi, latitano proprio su quei temi che dovrebbero vederle più attive, e cioè le giornate di lavoro perse per malattia – che in Italia riescono a costare ormai un miliardo di euro l’anno alle aziende – e le morti bianche, che nel solo 2006 sono state 1280, in aumento dell’11% rispetto all’anno precedente.

Eppure, per esempio, il sindacato dovrebbe essere in prima linea insieme alla Confindustria per denunciare quegli imprenditori che si servono del lavoro nero, che è causa indiretta degli incidenti sul lavoro. Perché di sicuro chi assume irregolarmente, evitando di far fronte ai doveri contributivi e assistenziali, sarà poi pronto a disinteressarsi anche della sicurezza sul lavoro, con tutte le tragiche conseguenze che ne derivano. Così come emblematico è l’atteggiamento delle organizzazioni dei lavoratori nella polemica sui giorni di malattia. Basta guardare le statistiche, che parlano di un tasso di assenza del 13,4% nella media-grande impresa e del 20,1% nel pubblico impiego, per capire che il problema esiste e va risolto. Anche perché quella di “darsi malati”, ad onta dei pregiudizi su Nord e Sud del Paese, è un’abitudine assolutamente bipartisan, visto che la classifica sulle giornate medie di assenza tra i dipendenti dei Comuni capoluogo vede in testa Bolzano seguita da La Spezia e Reggio Emilia, mentre in quella dei giorni medi di malattia “primeggiano” Vibo Valentia, Cosenza e Nuoro.

Un malcostume spiegabile in parte per il sistema di tutele, che consente di mettersi in malattia senza perdere un soldo di liquidazione, e in parte per l’assenza di quel senso di responsabilità verso i colleghi che in Italia, nel privato ma soprattutto nel pubblico, latita tranne che in casi sempre più rari. Ma anche su questo, per paura dell’impopolarità, i sindacati non hanno mai preso una posizione netta. Anzi, c’è chi ha implicitamente difeso gli assenteisti, dicendo che non esistono “nullafacenti” nel pubblico impiego, ma soltanto risorse umane mal gestite dalla politica. Giustificando così i comportamenti scorretti – anzi, incentivandoli in un circolo vizioso capace di autoalimentarsi all’infinito – che invece soltanto le organizzazioni dei lavoratori potrebbero spezzare. Se soltanto volessero, sul tema, essere meno “assenteiste” a loro volta. Ma, d’altra parte, se non fanno sentire a sufficienza la loro voce su una questione come quella della sicurezza – dove non basta protestare, occorre fare denunce circostanziate alle procure della Repubblica – sarà difficile che si assumano l’onere di “mollare” i fannulloni. Pubblicato su La Sicilia di martedi 17 aprile

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