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Cambio al vertice di Banca Intesa

Il silenzio d'oro di Cucchiani

L'ex Ad riceverà 900 mila euro fino al ritiro pensionistico. Come si fa a sottrarsi ai cattivi pensieri?

di Davide Giacalone - 03 ottobre 2013

Si vede il filo di cui è tessuta larga parte della classe dirigente, ma anche quello che lega il sistema bancario agli interessi collettivi. Mi riferisco alla vicenda di Banca Intesa, ove la decisione di sostituire l’amministratore delegato è accompagnata da quello di assumerlo come dipendente e così consentirgli, in sei mesi, di maturare il massimo della pensione. Vorrei riuscire, per quanto possibile, a mettere in evidenza le conseguenze generali, senza in nulla indulgere al moralismo. Per questo neanche serve far riferimento a singole identità.

L’amministratore in questione ha avuto, data la breve durata del suo incarico, una retribuzione media mensile di circa 200mila euro. Un totale di 4.5 milioni. Non discuto il livello della retribuzione, che è questione diversa. Fatto è che 900mila euro saranno versati per coprire il periodo che va dalla fine del mandato al ritiro pensionistico. E fatto è che la stampa finanziaria internazionale ha pubblicato la notizia riportando la spiegazione offerta dalla banca: ciò maturerà il massimo della pensione. Trovo totalmente insensato che per questi livelli di reddito si assumano le regole tipiche del lavoro dipendente. La pensione (da non confondersi con un privato e legittimo programma di risparmi e accumulazione capitale per il futuro) serve a garantire la dignitosa sopravvivenza dopo la fine del lavoro. Che senso ha chiamare gli altri lavoratori, e i giovani che una pensione non l’avranno mai, a finanziare quella di chi non difetta certo di risorse per mantenersi? Se la pensione in futuro pagamento fosse il frutto dei contributi versati essa sarebbe intoccabile, giacché decurtarla comporterebbe un furto. Ma se, invece, dipende dal tempo, affinché il suo compiersi garantisca una rendita superiore al versato, allora si può tollerarlo (ed è comunque costoso) per gli indigenti. E non è questo il caso.

Il compito svolto è stato assai delicato. Direi: purtroppo incompiuto. In contratti di quel tipo non è raro trovare, definita fin dall’inizio, una clausola che esclude la possibilità di lavorare per la concorrenza o venire meno alla riservatezza, per un congruo periodo dopo la fine del rapporto. Ma se tutto si traveste da assunzione, quindi da permanenza del rapporto dopo la fine dell’incarico (probabilmente a far niente), come si fa a sottrarsi al cattivo pensiero che si stia pagando il silenzio?

C’è un punto, però, che credo superi gli altri: nella gestione del collasso bancario cipriota s’è fatto valere il principio che i depositi (sopra i 100mila euro, ma quel che conta è il principio) non sono sicuri, giacché il depositante deve valutare il rischio di metterli in una banca anziché in un’altra, informandosi sulla sua condizione patrimoniale e sulla sua gestione. In questo schema, ove si presentassero problemi (il cielo non voglia), saranno i correntisti a pagare quota parte di quel ricco premio. Mentre già oggi sono i correntisti a dovere valutare se può in quello ravvisarsi il sintomo di cattiva salute gestionale.

Per tali ragioni, faccio fatica a considerare quel passaggio come una vicenda strettamente privata. O come una pagina di costume, da sfogliare fra le patinate che raccontano i fasti di una classe dirigente la cui trama è, a dir poco, desolante.

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