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Il doppio gioco non serve. Torniamo al realismo

Il silenzio delle armi

Gaza: la tregua temporanea non basta. Bisogna investire nella pace

di Davide Giacalone - 20 gennaio 2009

Le armi tacciono, a Gaza. Ma non basta, perché si deve investire nella pace. Le democrazie occidentali aiutarono Hamas. Lo fece, sotto banco, anche Israele, per indebolire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La storia, però, non si prende a spizzichi e bocconi, né si capisce una guerra con foto usate come bombe.

Arafat fondò l’Olp nel 1959, sparandola contro l’esistenza stessa di Israele. Erano anni di guerra fredda, di blocchi contrapposti, ed Israele era la frontiera avanzata delle democrazie occidentali. L’Italia era condizionata da quel quadro e non eravamo in molti a detestare la politica filopalestinese, che andava dal lodo Moro (si consentiva ai terroristi di far passare sul nostro territorio le loro armi, purché fossero utilizzate contro gli israeliani e non in casa nostra!) al non riconoscimento Vaticano dello Stato di Israele. Storia complicata, in un intrecciarsi di torti e ragioni che non si possono liquidare in poche righe. Compresi gli aiuti ad Hamas, con Arafat che aveva ragione ad avvertire l’occidente: state allevando un mostro.

Gli anni portarono l’Olp al tavolo del negoziato, e fu in quel momento che l’antagonismo fondamentalista si mise a lavorare non più per la conquista dei consensi, contro la corruzione nella gestione dei denari, ma per la guerra. Sanno che Israele non sarà cancellato, ma sanno anche che il conflitto è la condizione per conservare un ruolo, oltre che appoggi e soldi. Per Israele, invece, la partita è sempre la stessa: garantirsi la sicurezza. Anche per i palestinesi, del resto, la situazione è sempre la stessa: ostaggio di chi li usa per lanciare le loro vite, anzi, i loro corpi contro la pace e contro l’occidente. Israeliani e palestinesi hanno interessi compatibili, ma diversi da quelli di chi pretende di rappresentare i secondi.

Finita la guerra fredda, molti europei si sono acconciati al doppio gioco, garantendo formale solidarietà agli israeliani e strizzando l’occhio alle teocrazie fornitrici di petrolio. Scaricando sugli americani l’onere della difesa effettiva. E’ in casa nostra, quindi, che deve tornare il realismo, anche nella gestione degli aiuti economici. Quelli che bruciano le bandiere sono dei cretini, ma quelli che inceneriscono il ruolo politico dell’Europa sono, talora, al governo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario