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L’economista contro Standard & Poor’s

Il sig. Pelanda e i catastrofisti

Le valutazioni delle agenzie di rating non sono pessimismo, ma sano e competente realismo

di Alessandro D'Amato - 14 febbraio 2006

In un articolo sul Foglio del 14 febbraio, Carlo Pelanda se la prende ancora una volta con le esagerazioni dei catastrofisti di Standard & Poor’s, che vogliono declassare il debito di Francia, Germania e Italia. Dicendo che le motivazioni dichiarate dall’agenzia di rating sono “corrette, ma deboli e incomplete”. A suo dire, le valutazioni Standard & Poor’s derivano da un possibile scenario previsto: nientemeno che la dissoluzione dell’euro. In base alla quale a uscire prima dalla moneta unica saranno Italia, Grecia e Portogallo, che torneranno alle loro monete nazionali. E quindi il vantaggio competitivo per l’export di queste tre nazioni porterà a massacrare le economie di Francia e Germania e quindi il loro pil.

Fantapolitica? Mi sa di sì, anche perché lo stesso Pelanda nell’articolo smentisce le tesi esposte, affermando che l’Italia sta mostrando segni di sorprendente reattività alla crisi competitiva. Standard & Poors, dice ancora l’economista, questo intendeva quando affermava che aspetterà di vedere il governo del 9 aprile prima di decidere. Non solo: Pelanda aggiunge che, con l’uscita dall’euro e la lira svalutata, l’Italia diventerebbe nuova potenza esportatrice, ma il default la costringerebbe a pagare interessi enormi sul debito.

Fin qui le dichiarazioni di Pelanda. Quella che balza all’occhio subito è proprio l’ultima, quella sul debito. Perché confuta indirettamente le dichiarazioni del presidente del Consiglio (la cui moglie è proprietaria del giornale su cui scrive l’economista), che aveva detto che dall’uscita dall’euro l’Italia avrebbe avuto da guadagnare e basta. Allora quello che diceva il presidente Ciampi (il quale ricordava l’interesse sul debito tagliato dall’entrata nella moneta unica) era vero... E quelle del presidente del Consiglio le solite, romantiche, imperdibili boutades elettorali. Ma leggendo con attenzione, anche in molti altri punti la ricostruzione non regge. Innanzitutto, non si capisce quali siano i numeri che dicono che l’Italia sta reagendo alla crisi: proprio di oggi è il dato che la produzione industriale del 2005 è diminuita dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Poi, sale il debito e calano le entrate: a novembre, si legge nel supplemento al bollettino statistico della Banca d"Italia, il debito pubblico italiano è salito a quota 1.537,219 miliardi di euro. Si tratta del secondo valore più alto dopo giugno 2005 quando il debito si era attestato su 1.542,148 miliardi. Per quanto riguarda il debito assoluto, rispetto al novembre 2004, si registra un incremento del 4%, pari a 60,4 miliardi di euro. Nel 2005 le entrate fiscali, calcolate dalla Banca d"Italia secondo il criterio di cassa, sono calate dell"1,6% sul 2004 attestandosi a 356,6 miliardi di euro. L"erario ha incassato, in valore assoluto, 5,8 miliardi di euro in meno. Nella crescita del pil di Eurolandia (che oggi ha rallentato), poi, l’Italia continua ad occupare le ultime posizioni. Nel super-indice sulla crescita elaborato mensilmente dall’Ocse, poi, viene fuori che l’intera area sta accelerando da otto mesi. L’unico paese che segna il passo è l’Italia. Insomma, quali sono gli indici che fanno essere ottimista Pelanda? A guardare gli altri numeri, sembra che abbiano ragione quei catastrofisti di cui lui parla con così tanto disprezzo.

Ma l’accusa che sembra meno credibile di Pelanda è quella di Standard & Poor’s che attenderebbe il cambio di governo prima di effettuare il declassamento. Non per altro: è che proprio non è vera. Standard & Poor’s, in questo discordandosi dai “cugini” Fitch, ha detto l’esatto contrario.. Mentre Fitch aveva più partigianamente detto che, con il cambio di governo, l’Italia poteva diventare un debitore più affidabile, per Standard & Poor’s, anche se cambiasse il governo, la situazione non cambierebbe di certo dalla notte al giorno. Anzi: in maniera molto bipartisan, dall’agenzia di rating hanno fatto sapere che conta davvero poco chi è al comando, se non ha uno straccio di politica industriale credibile per il rilancio di questo paese.

Insomma, ecco un altra prova di come spesso gli argomenti di quelli che dànno contro ai catastrofisti siano quanto meno originali. E che chi parla di declino non è un irresponsabile, ma un realista. Quando anche i politici, oltre agli economisti partigiani, lo capiranno, forse si potrà cominciare a fare qualcosa per questo paese.

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