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Le retate non occultano la bancarotta del diritto

Il seme del disfacimento statale

Eccezioni alla legalità, abolizione delle pene, indulto. Il fallimento dello Stato sulla sicurezza

di Davide Giacalone - 19 maggio 2008

Pongo il problema nel modo più sgradevole possibile: c’è qualcuno disposto a credere che in una zona controllata dalla camorra si armi un’aggressione popolare contro i campi nomadi senza la regia, o almeno la copertura dell’organizzazione criminale? Nella risposta, qualunque essa sia, c’è il seme del disfacimento statale, che è bene guardare in faccia, senza scappare. Si fanno le retate, per dare ad intendere che lo Stato reagisce. Invece soccombe, perché farle oggi significa ammettere che si sarebbero sempre potute fare (nessuna legge è cambiata), e perché gli arrestati finiranno davanti ad un sistema giudiziario che è sempre quello scassato ed inerte che conosciamo.

Arrestare gli immigrati irregolari mentre i campi nomadi bruciano equivale ad ammettere un fallimento, a sua volta figlio di un cortocircuito culturale. Gli italiani non sono razzisti, e neanche xenofobi. La “cultura dell’accoglienza” non è stata solo di molta sinistra, ma di quasi tutto il mondo cattolico. Dell’immigrato lavoratore, del resto, abbiamo bisogno. Però è successo che a far saltare il sistema nervoso nazionale non sono stati gli uomini neri, con i vestiti variopinti, una religione ed una culinaria diverse dalle nostre, ma gli uomini bianchi, partecipi della storia europea e della cristianità. Lo Stato ha fallito, su questo fronte, perché ha ammesso eccezioni alla legalità ed ha abolito le pene omettendo i giudizi. Poi ha cancellato anche i pochi giudizi e le conseguenti pene, con l’indulto. Una catastrofe. Così abbiamo attirato delinquenti in quanto tali e lasciato ai criminali nostrani la tutela brutale di una sicurezza che è riaffermazione di potere sovrano.

La sicurezza senza la legalità non è un’illusione, è un incubo. Di fronte a questo le culture dell’accoglienza rimangono annichilite, perché incapaci di rispondere al furore popolare. Giunge in soccorso l’italiano che violenta la romena, ribadendo che siamo tutti uguali nella schifezza. Ma costa troppo, a quelle culture, dire che quel che conta è lo Stato, il rispetto della legge e dei diritti di ciascuno, a cominciare da quelli di bambini che devono andare a scuola non a delinquere. Non c’è socialità che possa sostituire il valore della legge, ma non c’è retata che possa occultare la bancarotta del diritto e della sicurezza.

Pubblicato su Libero di sabato 17 maggio

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