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L’insediamento di Morales, un indio Capo dello Stato

Il sacerdote del Sole guida la Bolivia

E se la politica no global del cocalero diventasse global, come quella brasiliana?

di Antonio Picasso - 24 gennaio 2006

Un ex sindacalista cocalero incoronato sacerdote del Sole. Quella che si è svolta sabato 21 gennaio a Tiwanaku, il maggior sito archeologico boliviano non lontano da La Paz, non è stata una cerimonia meramente folklorostica e di insediamento del nuovo presidente boliviano, Evo Morales, il primo indio al potere dopo cinque secoli. Bensì il ritorno alle origini, lontane e dimenticate, di un popolo che spera nella propria rinascita. Non solo attraverso politiche antiliberiste, no global e anticoloniali, ma grazie anche a ritualità e gesti esteriori, che l’odiata società capitalista ha sempre cercato di annientare.
Stando alla cronaca, la cerimonia ha seguito un rituale, mai più officiato da secoli, in cui la figura di un Capo di Stato dell’epoca contemporanea, il neo presidente Morales appunto, si è progressivamente trasformata in quella di sacerdote del Sole. Ed è proprio su queste due facce della medesima medaglia “no global” che bisogna riflettere. Morales, infatti, si è posto alla guida di un lungo corteo mondiale contrario al capitalismo, all’ingerenza politica ed economica delle multinazionali e, di conseguenza, delle superpotenze nelle società in via di sviluppo e più arretrate, com’è quella boliviana per esempio. Con questo, l’ex sindacalista, per le sue umili origini e per il manifesto politico che lo ha portato alla vittoria, incarna la figura di uomo del popolo che di batte per i diritti del popolo. Una sommatoria, contrastante quanto fascinosa, di Masaniello e di figlio del proletariato che ha acquisito la sua coscienza di classe e che, per il proletariato stesso, ha deciso di combattere la propria rivolta.
Ma Morales è anche altro. E i riti sacri del Sole lo hanno confermato. Perché ha riportato alla luce le tradizioni e i costumi delle popolazioni andine, sopiti e ammutoliti dall’influenza di altri popoli, europei e americani in primis. Un tradizionalismo ancestrale e tribale, che si combina con il più oltranzista dei progressismi. Bisognerà vedere se tutto questo funzionerà.
Non è una novità che la globalizzazione sfoci in atteggiamenti tanto contrastanti quali la tradizione e l’ultramodernità. Anzi. Proprio uno dei concetti chiave, sebbene più in ombra, del ragionamento no global è la valorizzazione degli elementi locali. Il piccolo che contrasta il grande. Il villaggio, o il popolo, che si oppone al mondo e all’invasione del mercato. Ed è così che elementi di nazionalismo, localismo e individualità di una società cercano di convivere insieme a concetti assolutamente antitetici. Di conseguenza, la domanda sulle possibilità di successo o meno di questa strategia è legittima, ma i dubbi possono essere confutati da due elementi. Da una parte, il fatto che quella di Morales è una presidenza supportata da un programma elettorale tutt’altro che frutto dell’analisi no global di piazza. Quella delle manifestazioni e degli slogan oltranzisti “senza se e senza ma”, “contro tutti, contro tutto”, per intenderci. Anzi, quello stilato da Alvaro Garcia Linero, docente universitario a La Paz e ora vice presidente, è uno studio sulle possibilità di rilancio di un’economia boliviana che non ha mai potuto esprimersi, di svincolarsi dalla dipendenza dalle multinazionali straniere e di creare autonomamente un’area di interesse e di sviluppo.
D’altra parte, però, non si può escludere il ripetersi di un Lula alla boliviana. Vale a dire di un descamisado del Terzo millennio che, una volta assunto il potere, è stato costretto a rivedere le proprie idee. La globalizzazione e con essa la “no globalizzazione” nascondono anche questo nelle loro pieghe. E cioè l’eventualità di dover repentinamente sterzare e andare contro le promesse, ma soprattutto le speranze del popolo. A questo punto, se la Bolivia si trovasse nella stessa situazione del Brasile, con un no global trasfigurato in global, riti e gesti millenari verrebbero svuotati del loro significato. E quel ritorno alle origini, che nel programma di Morales occupa un posto tanto importante, resterebbe solo una promessa elettorale.

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